Robocop di José Padilha: la recensione

robocop-posterRoboCop 2.0: coscienza, famiglia ed etica

Reboot del cult firmato Verhoeven, RoboCop perde quell’aura fantascientifica, che tanto aveva colpito nel 1987, prediligendo l’aderenza al presente e ostentandone la dimensione politica.

In un futuro non molto distante, gli Stati Uniti utilizzano i droidi nelle zone di guerra (dalla forma umanoide) come deterrente. Tuttavia a causa di una legge (il Dreyfuss Act) non possono schierarli sul proprio territorio per contrastare il crimine sempre più dilagante. Per convincere il popolo americano, la Omnicorp (la società che produce la suddetta tecnologia) pensa di inserire all’interno dei droidi un essere umano. Alex Murphy, agente che ha appena subito un attentato, è il candidato ideale. Ma la Omnicorp non fa i conti con la coscienza del poliziotto, che, unita ai suoi ricordi, lo rende efficiente, ma anche una scheggia impazzita e fuori controllo.

L’originale metteva in mostra un futuro distopico e la creazione di un’ideale città senza crimine (Delta City). Il reboot marchiato Padilha ignora i punti di forza dell’originale e preferisce puntare su assiomi differenti e più vicini ai giorni nostri. E il tema portante si interroga su quale sia il limite oltre il quale bisogna spingersi per far rispettare la legge. È questa la visione della versione 2014 di RoboCop, una pellicola che si immette su una strada battuta e priva di scorciatoie, ovvero quella di genere, cercando il grande incasso. Quello che viene mostrato allo spettatore è una nazione (gli Stati Uniti) esasperata, immersa in un clima di disordine delinquenziale insostenibile, che esige un ordine violento e senza distrazioni, incarnato da RoboCop. Tuttavia l’impressione è quella di osservare non un uomo intrappolato in una macchina, ma un moderno supereroe, con, annessi e connessi, problemi esistenziali. Un agente robotico, che si rivela ossessionato dal suo tentato omicidio, che bypassa gli ordini prestabiliti e predilige una vendetta personale. Inoltre, piuttosto che concentrarsi sulla deontologia etica del rimosso dell’identità personale, RoboCop vira in una direzione sentimental-familiare poco utile e molto più aderente a una pellicola da largo consumo (di popcorn).

La dimensione filosofica si perde in una sceneggiatura non convincente, che mischia propaganda e necessità (di ordine prestabilito) e che dimostra di non sapere reggere il confronto con l’originale. Difatti, ad esempio, gli intermezzi tele-giornalistici del film del 1987 vengono sostituiti da un anchorman (Samuel L. Jackson, che sbraita patriottismo e capziosità), che non produce l’effetto grottesco sperato, ma che risulta trash e a tratti disturbante.

RoboCop si può tranquillamente etichettare come una pellicola di genere da assaporare in fretta e che evita allo spettatore di scervellarsi con sottotesti profondi. Esplosioni, effetti speciali e diversi combattimenti fantascientifici fanno da corollario a un’opera deludente, che ha come unico merito far rivivere sullo schermo cinematografico i gloriosi fasti di Verhoeven. Peccato che qui siano palesemente travisati e sacrificati sullo scintillante altare del botteghino.

Uscita al cinema: 6 febbraio 2014

Voto: **

Leggi la recensione anche su Persinsala

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