Il tocco del peccato di Jia Zhangke: la recensione

28996Un “gigante” eroso dalla violenza

Miglior sceneggiatura a Cannes 66, Il tocco del peccato è una pellicola brutale, nella quale grottesco e realismo si fondono e lasciano fluire una tensione sotterranea, che nasce dall’insoddisfazione personale e dalle notevoli trasformazioni sociali della Cina contemporanea.

Dahai, Cina del Nord. Un minatore pieno di rabbia si ribella ai capi villaggio.
Chongqing, città della Cina del Sud. Un emigrante di ritorno a casa per il Capodanno non è in grado di reprimere il suo animo violento.
Hubei, Cina centrale. La receptionist di una sauna è spinta oltre il limite da un ricco cliente.
Dongguan, città della provincia del Guangdong, la zona della libera impresa. Un giovane operaio cambia lavoro nella speranza di migliorare la sua vita.

Regista cinese dal passato documentaristico e dallo sguardo tagliente e realistico, Jia Zhangke convince Cannes e accompagna lo spettatore in un turbinio violento di luoghi, vicende e personaggi. L’autore (vincitore del Leone d’oro a Venezia 63 con Still Life) aderisce al reale e prende spunto da fatti accaduti e riportati su Weibo (il Twitter cinese) per raccontare quattro regioni, quattro humus sociali, quattro vicende nelle quali rancore, insoddisfazione e scontento individuale palpitano nell’animo. E sono proprio questi sentimenti il viscerale motore della pellicola, che dilata i tempi narrativi, che si lascia andare a intense fotografie del paesaggio (desolante da una parte e moderno dall’altra) e ostenta stilemi documentaristici abilmente mixati a ironia grottesca e umanità in distruzione. Jia Zhangke fotografa la Cina capitalista, nella quale la forbice tra la ricchezza e la povertà si è notevolmente allargata, la donna è ancora vista come un oggetto, l’insensata brutalità ha radici profonde e il lavoro è ragione di vita e indissolubile prigione. Un film in cui le azioni decisive cambiano le situazioni individuali, nei confronti dell’umiliante oppressione di un contesto sociale duro.

Jia Zhangke prova a raccontare una trasformazione sociale, che porta alla violenza e a gesti insensati, il tutto trattato con umorismo e intensa drammaticità. Da qui nascono gli incroci tra i protagonisti (che si sfiorano, ma non si incontrano) in un fluida costruzione in divenire, che pone la consapevolezza e il rimorso alla fine del percorso. Il tocco del peccato non cerca catarsi, ma la trova alla fine di un viaggio che si fa circolare, che tocca luoghi e persone, società e collettività disagiate. Un estetico girovagare che coinvolge, ma si prefigge un target ristretto di pubblico nel momento in cui rifugge la convenzionalità filmica e va alla ricerca di metafore e simbolismi difficili da comprendere fino in fondo. Nonostante ciò Il tocco del peccato è una brutale fotografia di un paese che si è trasformato radicalmente negli ultimi trent’anni e che ha messo a nudo l’insoddisfazione come fenomeno comune. Un paese da cui non c’è via d’uscita. Se non il suicidio.

Uscita al cinema: 21 novembre 2013

Voto: ***1/2

Leggi la recensione anche su Persinsala

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