The Canyons di Paul Schrader: la recensione

MV5BMTkyMjk5NDA0OF5BMl5BanBnXkFtZTgwODEwNjU0MDE@._V1_Schrader delude raccontando una Los Angeles immobile e amorale

Apatica pellicola sul mondo del cinema e dei “mostri” che gli aleggiano intorno, The Canyons non convince e ostenta sesso, violenza e ambizione, mantenendo sullo sfondo una Los Angeles sbiadita.

Da circa un anno Tara fa coppia con Christian (un ricco produttore). Quando Christian accetta di ingaggiare Ryan, fidanzato della sua assistente Gina, per un film, non sa che Tara condivide un passato con Ryan. Il sospetto lo erode e lo porta a innescare un gioco di ricatti e di vendette.

Evento speciale a Venezia 70, The Canyons è l’ultimo prodotto diretto da Paul Schrader e sceneggiato da Bret Easton Ellis. Tuttavia la caratura autoriale del regista e dello sceneggiatore non buca lo schermo cinematografico e il risultato è una pellicola abulica, finta e cinica. Non si salva nessuno e nessuno si deve salvare in The Canyons; tuttavia manca quello spirito voyeuristico, che tanto è caratteristico di pellicole di questo genere. Schrader mette a fuoco una Los Angeles sbiadita e priva di morale, cinica e spietata e si aggrappa con forza alla tristezza che lascia trasparire l’interprete femminile Lindsay Lohan, che si limita a trasferire su pellicola la sua disagiata esistenza, che trova notevole spazio sui rotocalchi e nelle cronache giudiziarie. Eppure il film appare privo di una forza motrice, appoggiandosi a una superficialità filmica, che cavalca cliché e immagini evocative di sale cinematografiche “morte” o decadenti. Poco importa della vicenda che Bret Easton Ellis narra (quella dello psicopatico produttore cinematografico dal gonfio fondo fiduciario e malato di perversione sessuale): ciò che salta all’occhio è una pellicola nella quale la violenza e il sesso appaiono elementi secondari, giustapposti  per creare un’aura di perversione in un film dal climax banale e poco coinvolgente.

The Canyons è un’opera nella quale non c’è salvezza per nessuno. Schrader non ostenta redenzione o catarsi, ma si limita a mettere in scena un microcosmo grigio, spento e cinicamente ambizioso, nel quale le marionette (immerse in una nera e melmosa palude di aberrazioni morali) si muovono in modo sincopato e freddo. La domanda che sorge spontanea è: è possibile che Hollywood sia tutto un apocalittico e aberrante universo di anime perdute? È possibile, tuttavia la pellicola non pulsa, rimane spoglia e catatonica. Schrader giudica e contempla, ma non riesce a coinvolgere a causa di una carrellata di recitazioni amatoriali e di una banalizzazione d’intenti.

Uscita al cinema: 14 novembre 2013

Voto: *1/2

Leggi la recensione anche su Persinsala

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