Something Good di Luca Barbareschi: la recensione

locandina-highCibi adulterati = Pellicola edulcorata

Redemption movie, Something Good non riesce a perpetrare la denuncia, appoggiandosi con forza a un impianto narrativo prettamente televisivo.

Matteo Mercury è un trafficante di cibi adulterati ed è a un passo dalla nomina di amministratore delegato del gruppo Feng, una multinazionale che specula sulla sofisticazione alimentare. Ma l’incontro con Xiwen, giovane cuoca che ha fatto del rispetto per la purezza del cibo la sua ragione di vita, cambierà l’esistenza di Mercury, costringendolo a ripensare alla sua vita e alle sue scelte.

Barbareschi mischia i generi, ma non raggiunge il cuore del problema. Difatti Something Good (thriller sentimentale e morale) sicuramente ha il coraggio di trattare un tema spinoso come quello del cibo adulterato, tuttavia sbanda pericolosamente in direzione di una love story internazionale, nella quale si assapora un retrogusto televisivo. E pur rimanendo piacevolmente colpiti dalla fotografia di Arnaldo Catinari (oscura in una Cina globale, che scala le gerarchie internazionali), non ci si può non soffermare sulla sceneggiatura che rifugge la denuncia e che pigia il pedale dell’acceleratore solamente quando deve moralizzare il personaggio principale, pesandone ambiguità ed emozioni. Ed è proprio questo aspetto (la caratterizzazione di Matteo, interpetrato dallo stesso Barbareschi) che pare il meglio riuscito, ma anche il meno interessante. La sua love story appare “telefonata” e si muove all’interno di un contesto nel quale la tensione non si avverte, ma si sfiora solamente.

Barbareschi moralizza ed evita di intervenire attivamente nello smascheramento dell’organizzazione senza scrupoli (la Feng), limitandosi a osservare da lontano lo sviluppo della vicenda. L’impressione è che sia più interessato a “salvare la pelle” del proprio protagonista, a renderlo non disprezzabile, umano e pronto al pentimento.

Il risultato è una pellicola edulcorata, che si accascia sulle note sentimentali del racconto, che punta a far riflettere lo spettatore a fine pellicola. Difatti le didascalie a fine opera hanno il sapore del monito fuori tempo massimo, della fiction televisiva che si osserva con distratto impegno civico, che merita l’attenzione dello spettatore fino a quando non viene cambiato canale con il telecomando. Something Good ostenta coraggio e (a)moralità in quantità industriali, ma si arena su un auto-compiacimento deleterio e un’ambizione internazionale che non trova un conveniente riscontro.

Uscita al cinema: 7 novembre 2013

Voto: **

Leggi la recensione anche su Persinsala

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