Una piccola impresa meridionale di Rocco Papaleo: la recensione

49430Un’orchestra accordata intenta a ricomporre i cocci

Papaleo dietro la macchina da presa ci sa fare. Una piccola impresa meridionale è un prodotto che rinfranca, che fonde sacro e profano e ricompone i pezzi di un gruppo di “ex”.

Un ex prete, don Costantino, viene confinato dalla madre, mamma Stella, in un vecchio faro dismesso, lontano da occhi indiscreti e dalle malelingue di paese. Al suo “rifugio” cominciano a giungere personaggi particolari tra cui l’ex marito della sorella Rosa Maria (che è scappata con un misterioso amante) e un’ex prostituta (Magnolia), sorella della badante di mamma Stella. Tra chi chiede una confessione e un letto dove dormire, ci scappa anche il tetto da rifare. A tal proposito don Costantino decide di chiamare un’impresa edile: la Piccola Impresa Meridionale.

Ripetersi non è mai semplice. Rocco Papaleo ci riesce, facendo riflettere con leggerezza e spensieratezza. Difatti dopo aver impressionato con Basilicata coast to coast (un viaggio erratico e scomposto narrativamente, ma contrappuntato da un mood riconoscibile e sempre presente), il regista “accorda” gli strumenti e invece di muoversi da costa a costa, rimane immobile e ostenta un refugium peccatorum (un faro), nel quale ognuno è alla ricerca di una collocazione nel mondo. E la carrellata di personaggi è infinita: l’ex-prete (Rocco Papaleo), che ha mollato la tonaca per amore, rendendosi conto che la donna in realtà era innamorata del “contenitore” e non del “contenuto”, una ex-prostituta (Barbora Bobulova) in pensione forzata con la passione per il canto, un ex-marito (Riccardo Scamarcio) e timido musicista dall’animo gentile e remissivo, una ex compagnia circense, che è diventata un’impresa edile (con bambina appresso) e un’ex insegnante (Giuliana Lojodice), la rappresentazione della tradizione popolare, del pregiudizio e della moralità di paese.

Una piccola impresa meridionale procede su una partitura musicale solida, che si lascia andare ad assoli e fughe personali, ma non perde mai di vista la coralità interpretativa. Perché dopotutto il film diretto da Papaleo è un classico esempio di prodotto corale. Un’orchestra che, se dapprima appare scordata e dissonante, progressivamente comincia a seguire una strada comune. Si ricompongono i pezzi e ognuno ritrova consapevolezza e, con intensa ironia e partecipazione, un posto nel mondo. Papaleo cerca la verosimiglianza (o come sostiene lui il “verosimilismo”); una cifra stilistica riconoscibile, condivisibile e, grazie a puntatine di leggero umorismo, mai grossolano, sentimentale. Infatti Papaleo riesce a infondere alla sua opera una genuina sensazione di conforto, accompagnando per mano ogni spettatore attraverso i luoghi meravigliosi del Sud Italia (fotografati divinamente da Fabio Zamarion), senza mai scadere nella surrealità della commedia all’italiana (di oggi), nella quale tutto si sistema chirurgicamente, senza nessun fronzolo fuori posto e nessun sorriso disilluso.

Commedia drammatica, sacra e profana, Una piccola impresa meridionale scivola in modo scorrevole verso una conclusione verosimile, senza mai calcare la mano ed evitando (abilmente) cedimenti strutturali. Certamente la sceneggiatura è complessa e a tratti ripetitiva, eppure le immagini riempiono il cuore e l’ottimismo lo alleggerisce.

Uscita al cinema: 17 ottobre 2013

Voto: ***1/2

Leggi la recensione anche su Persinsala

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