Gambit di Michael Hoffman: la recensione

Ma l’hanno scritto i fratelli Coen?untitled

Era il lontano 1966 e i protagonisti erano Shirley MacLaine e Michael Caine. Oggi 2013: i protagonisti sono Colin Firth, Cameron Diaz e Alan Rickman. Dietro la macchina da presa Michael Hoffman e alla sceneggiatura i fratelli Coen. Risultato? Una cocente delusione.

Harry Deane è un curatore d’arte che, stanco dei maltrattamenti subiti dal ricco e pedante Shahbandar, decide di mettere in piedi un colpo più per vendetta che per avidità. Lo scopo è quello di vendergli un falso Monet e ricavarci una dozzina di milioni di sterline.

Commedia truffaldina dai toni contrastanti, Gambit (2013) delude pienamente. Eppure le premesse sembravano interessanti. Un cast di divi e due autori di culto (prettamente surreali) alla sceneggiatura. Tuttavia pare che i Coen si siano dilettati a scrivere con la “mano sinistra”, mentre gli interpreti si divertivano a cavalcare qualsiasi cliché della commedia ironica. E sullo schermo cinematografico si consuma il disastro; la pellicola non diverte e si dimostra molto più banale di quello che appare inizialmente. Il villain di turno (Rickman) è un facoltoso editore con l’hobby della nudità e dell’arte, il suo sottoposto (Firth), smanioso di vendetta, è un esperto d’arte spesso maltrattato da angherie e insulti, mentre Cameron Diaz è la cowgirl ingenua (?) e sempliciotta. E qui la pellicola si ferma, sfoderando qualche eccesso di aplomb british del personaggio di Firth e esibendo qualche situazione pseudo demenziale per produrre fastidiose risatine. Eppure l’incipit era lodevole e interessante; scontato, ma accattivante. Difatti il regista ci mostra inizialmente il piano, nella sua innata perfezione, per poi destrutturarlo completamente, per svelare la visione distorta della realtà di Harry Deane. Ed è la stereotipia di genere che affossa il film, che non si prende sul serio (e questo è un bene), ma si prende in giro. Gambit è abbozzato e sconfortante e si tocca davvero il fondo nel momento in cui il protagonista Harry perde i pantaloni e si trova sul ciglio del cornicione di un albergo londinese (in perfetto stile neriparentiano). E questa è la scena emblematica che fa tramutare una commediola “sfortunata” in una pellicola demenziale. Tuttavia il filtro sarcastico prettamente britannico non la fa sprofondare in un buio luogo senza ritorno.

Purtroppo non convince la costruzione narrativa (sempre destinata a un narratore interno, il Maggiore, colui che realizza i dipinti falsi) e l’interpretazione sterile dei protagonisti. Firth è il “bambolotto” sfortunato, che difficilmente ottiene quello che vuole, la Diaz è l’americana tutto pepe caratterizzata dall’ingenuità dal guadagno facile, mentre Rickman non sfodera al meglio tutta la spietatezza arrogante, che contraddistingue il suo carattere.

Sembra che l’importante sia intrattenere, intrattenere e intrattenere. Tuttavia se l’intrattenimento è fine a se stesso e non ha nessuna finalità rischia di divenire sterile e assolutamente non necessario. Come nel caso di Gambit.

Uscita al cinema: 21 febbraio 2013

Voto: *

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