Il grande Gatsby di Baz Luhrmann: la recensione

il-grande-gatsby_coverMaestosità visiva, sterilità narrativa

Cannes 66 apre i battenti con l’ultimo prodotto di Luhrmann. Il grande Gatsby eccede con gli echi pop e non lavora sottotraccia per far emergere quel sentimento di solitudine, che è insito nelle pagine edite da Fitzgerald.

Primavera del 1922. Epoca del jazz e del proibizionismo. Long Island. In una piccola villetta si trasferisce Nick Carraway, cugino di Daisy Buchanan, sposata con l’ex-campione di polo, Tom. Il suo vicino è il misterioso miliardario Gatsby, organizzatore di bellissime feste a base di champagne e musica ad alto volume. Tuttavia Gatsby nasconde un segreto e Nick si troverà, suo malgrado, a essere testimone e complice della tragedia di un amore impossibile e del tramonto del sogno americano.

Cappellini, vestitini e champagne a fiumi. Si può tradurre in queste tre parole il film diretto da Baz Luhrmann. Difatti, se nella prima parte Luhrmann si diverte a ricalcare se stesso (vedi Moulin Rouge!) effettuando una forte commistione anacronistica sotto il punto di vista sonoro e visivo (siamo nell’epoca del jazz, ma di jazz non ce n’è nemmeno l’ombra; solo qualche tromba qua e là), nella seconda, quando il film gli richiede più analisi introspettiva e caratteriale, si perde per strada alzando la “voce”. Jay Gatsby (interpretato da un sufficiente Di Caprio) è il prototipo dell’uomo solo, ipnotizzato dalla luce verde al di là del pontile (una “luce” che brama, ma che difficilmente crede raggiungibile), disposto a tutto pur di ottenere quello che vuole. L’obiettivo è uno solo: Daisy, la musa e l’amata persa cinque anni prima a causa della guerra. Ed è su questo aspetto che gravita il film (o perlomeno la seconda parte). E dove le ostentazioni visive e “circensi” non arrivano, il film ruota intorno alla figura svampita e mono-espressiva di Daisy (una Carey Mulligan fragile, ma poco convincente), all’ambizione sfrenata di Gatsby e alla sua tremenda e insaziabile solitudine. Un uomo che dovrebbe essere lo specchio del suo tempo (si pensa che il libro sia una sorta di racconto autobiografico di Fitzgerald, che dopo aver abusato di una vita dissoluta, si ferma e si osserva dall’esterno, cercando instancabilmente i motivi della sua caduta esistenziale), ma non lo è perché Luhrmann piega la storia al suo volere e ne pesa le implicazioni moderne. Tuttavia questo non gli riesce e rimane aggrappato a un’esibizione fine a se stessa, accompagnata da una soundtrack hip-hop e pop, che sicuramente rende l’idea della sfarzosità delle feste e del loro valore sociale (cioè inesistente), ma che perde in termini di narrazione. Come anticipato Luhrmann tende a imitare se stesso: la struttura narrativa si rifà alla sua cinematografia recente (splendore scenico, storia d’amore straziante e successiva caduta e disperazione) e si nota un’intensa volontà di ri-adattare e di modernizzare. Ma non solo: infatti c’è un personaggio (Nick Carraway) che è il vero trait d’union dell’intera pellicola. Narratore interno ed esterno alla vicenda è colui che apre e chiude il film e diviene la rappresentazione di Fitzgerald. Tuttavia questa è una (forzata) licenza stilistica e narrativa, che per costruzione caratteriale ricorda lo scapestrato Christian di Moulin Rouge!, con tanto di cornice superflua e mimetica.

Luminoso, esagerato, kitsch e colorato, Il grande Gatsby non riesce a farsi portatore sano di un’epoca dorata e altrettanto fosca. Un’opera che vuole farsi ammirare senza ritegno. Tuttavia il re-styling luhrmanniano non appassiona ed esibisce una pesantezza e una strutturazione insufficiente, proprio nel momento in cui i siparietti sono già confinati in “soffitta”. Luhrmann voleva andare controcorrente (proprio come le barche delle battute finali, stralci del romanzo) e realizzare qualcosa di originale, ma non ci è riuscito. Il “suo” Gatsby delude.

Voto: **

Uscita al cinema: 16 maggio 2013

Leggi la recensione anche su Persinsala

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