Viva l’Italia di Massimiliano Bruno: la recensione

Viva l'ItaliaBruno e la fiera del qualunquismo

Massimiliano Bruno ha un obiettivo: mettere a nudo i peccati dell’Italia. Peccato che non riesca a essere originale, fermandosi a quello che ormai è davanti agli occhi di tutti.

Michele Spagnolo è un senatore con le mani in pasta dappertutto. Davanti alle telecamere sciorina lezioni sull’importanza della famiglia, mentre nei suoi uffici privati si diletta con delle escort ambiziose. E proprio durante uno dei suoi appartati incontri viene colto da un malore che gli intacca la parte del cervello che controlla i freni inibitori, rendendolo incapace di mentire.

Mala-politica e raccomandazioni. Viva l’Italia (2012), il secondo lavoro dietro la macchina da presa per Bruno, va ad analizzare e condannare questi due aspetti italiani, senza però oltrepassare il già detto e già sentito. Il lavoro dell’ex sceneggiatore brizziano si struttura su un apparato comico e spensierato, delineando quattro personaggi “figli” di vizi e peccati che imperversano nella società italiana. Il primo carattere è il senatore Spagnolo, bugiardo e opportunista, che assomiglia molto a Razzi (vedi imitazione di Crozza), che dopo un malore non riesce a tenere a freno la propria lingua e comincia a essere schietto e sincero. Gli altri tre sono i figli raccomandati, burattini nelle mani del padre, che tutto può e a cui non si può dire di no. Le differenze tra i tre personaggi ci sono e vengono debitamente sottolineate dalla sceneggiatura e dalle parole taglienti del padre; Bova è il laborioso e intelligente medico (a tempo indeterminato), che ha fatto dell’impegno la sua regola di vita, Gassman è l’imprenditore ignorante, che tira a campare grazie agli “aiutini” di papà, mentre Ambra Angiolini è l’attrice “cagna”, che ottiene le parti nelle fiction a causa del suo famoso cognome. Insomma una famiglia, tanti vizi e tante ruberie. È qui che Bruno pigia il tasto della denuncia, evidenziando i limiti dei figli nel momento in cui il padre politico impazzisce e non esercita più nessuna influenza determinante. Ma l’urlo di denuncia, rigorosamente mitigato dalla satira e dall’ironia (a tratti fracassona), rimane strozzato in gola. Il regista nella sua analisi sociologica pecca di superficialità, cavalca un’innegabile banalità e si fa populista. Difatti gli intermezzi (interpretati dallo stesso Bruno), nei quali tocca alcuni articoli fondamentali della costituzione  italiana, sono fastidiosi ed estremamente sterili. L’utopia che si costruisce sullo schermo è figlia di un paese allo sfascio, che fatica a risollevarsi. Un’Italia arraffona e furbetta messa alla berlina da una classica commedia all’italiana, che soffoca qualsiasi tipo di peccato nella risata, in perfetto stile Bagaglino.

Viva l’Italia non convince nemmeno nella sua conclusione colma di morale sterile e utopica. Monicelli e Risi sono estremamente lontani. Bruno al massimo declina in denuncia quello che i cinepanettoni anni fa celebravano con brio e leggerezza. L’intento dei vari Vanzina e Parenti era chiaro. Qui si ha la sensazione che l’arroganza la faccia da padrone, semplificando la complessità di un paese come l’Italia. Un coup de theatre e l’Italia cambia un po’. Pura utopia spicciola.

Uscita al cinema: 25 ottobre 2012

Voto: **

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