The Sessions di Ben Lewin: la recensione

the-sessions_posterLa prima volta non si scorda mai

Pellicola indipendente, The Sessions (2012) stupisce per pulizia stilistica, messinscena povera e raffinatezza emotiva.

Fine anni ottanta. Mark O’Brien è un giornalista costretto a vivere in un polmone d’acciaio a causa della sua malattia, che lo vede paralizzato dal collo in giù: la poliomelite. Quando il suo corpo comincia a lanciargli segnali sessuali facilmente comprensibili decide di affidarsi alla terapista Cheryl, che l’aiuterà a comprendere il proprio corpo e le gioie del sesso. Ad ascoltare la confessione del protagonista c’è padre Brendan: confessore e briosa spalla del travolgente Mark.

Tratto dall’articolo di Mark O’Brien On Seeing a Sex Surrogate, il film diretto da Ben Lewin è un convincente drammatico, che va a indagare, in modo estremamente limpido, la situazione del sopracitato poeta e giornalista di San Francisco. Affetto da poliomelite, il protagonista (interpretato da uno strabiliante John Hawkes, capace di rendere efficace la sua interpretazione esclusivamente con l’utilizzo degli sguardi e del tono strascicante della voce) ha l’ardente desiderio di provare le emozioni di un atto sessuale. La disabilità pare essere un ostacolo insormontabile e si trascina appresso una delusione d’amore, ma subentra la professionalità della terapista sessuale Helen Hunt. Professionalità che presto si tramuta in qualcosa di personale, capace di guardare oltre la curvatura del suo corpo, dentro la sua anima profondamente curiosa, spaventata e cattolica. Difatti il tutto viene raccontato in sede di confessione al prete di fiducia (interpretato da William H. Macy): umano e vizioso, un carattere che rischia facilmente di andare sopra le righe, diventando caricaturale. E invece Macy riesce a renderlo, con estrema semplicità, simpatico. Surreale, ma molto convincente. Tutto questo avviene grazie a una scrittura filmica molto vicina ai personaggi, che riesce a scansare la farsa e la volgarità, accogliendo un’ingenua ironia e, nonostante le numerose scene di nudo, The Sessions non scade nella bassezza pruriginosa. La dolcezza e la purezza con cui viene trattato il delicato tema del sesso per un uomo paralizzato sono i veri motori di questa pellicola, che, oltretutto, riesce a bilanciare con la dovuta sensibilità una serie di dialoghi espliciti mai banali. Certamente per rendere il tutto più appetibile a u pubblico variegato, Lewin deve, verso la conclusione, mostrare, in una raffinatissima confezione, una punta di retorica buonista. Tuttavia non guasta e rende forse la pellicola più apprezzabile.

The Sessions dimostra di essere la classica pellicola indipendente, nella quale gli stilemi caratteristici balzano fuori dallo schermo cinematografico: regia pulita, temi chiari e privi di orpelli poco funzionali, una delineazione psicologica dei personaggi molto limpida, tutto questo unito a una fotografia minimalista. Insomma nulla di realmente innovativo. Mentre quello che colpisce è la sensibilità con cui The Sessions viene costruito. E per questo va ammirato e applaudito.

Uscita al cinema: 21 febbraio 2013

Voto: ***1/2

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