Re della terra selvaggia di Benh Zeitlin: la recensione

Re Della Terra SelvaggiaPiccolo budget, grandi emozioni

Un esordio difficile da dimenticare, Re della terra selavaggia (Beasts of the Southern Wild, 2012) è un diamante grezzo da ammirare senza riserve.

Hushpuppy ha 6 anni e vive con il padre Wink a Bathtub, luogo chiamato così perché solito ad allagarsi dopo devastanti cicloni. E mentre uno spaventoso uragano si avvicina, portando alla fuga molti abitanti, Wink scopre di essere gravemente malato e di dover preparare la figlia a cavarsela da sola.

Re della terra selvaggia colpisce al cuore già dalla prima sequenza, nella quale le difficoltà della piccola Hushpuppy vengono palesate, grazie a una cristallina voce fuori campo, che accompagna dolcemente una festa che esplode in un turbinio di fuochi d’artificio. La voce è quella di Quvenzhané Wallis: 9 anni e non sentirli. Emoziona senza fatica, grazie a un’interpretazione apparentemente naturale, riuscendo a catalizzare l’attenzione e facendosi empatica con uno sguardo duro e dolce allo stesso tempo. Un esordio sul grande schermo, che si è tramutano in una nomination meritata. Ma non è l’unica che esordisce. Difatti l’intera pellicola (utilizzando attori non professionisti) è un summa di prime volte, a partire dal regista, il newyorkese Benh Zeitlin, che contraddistingue la sua opera con uno stile registico “sporco”, ma estremamente coinvolgente. Re della terra selvaggia è onirico e lo è nel senso più puro del termine. Un prodotto che si fonda sui sogni di Hushpuppy, sul suo sguardo infantile verso un domani da costruire in una terra pregna di sangue e fango. E il regista riesce a costruire questo microcosmo anomalo in modo perfetto, tagliandolo fuori dalla società civile e nel quale lo stesso nome (Bathtub ovvero vasca da bagno) diviene metafora di disagio. Un mondo in cui la natura non è necessariamente benevola, ma spesso ostile, e dove gli uomini vere “bestie del profondo Sud statunitense” non vengono descritti come esseri caritatevoli e benevoli. Anzi sono attempati ubriaconi o insegnanti poco ortodosse, che snocciolano pillole di saggezza tramite tatuaggi preistorici. Un universo nel quale una diga non viene vista come uno scudo, ma come una minaccia, dove il “salvataggio” non viene visto come tale, ma come una violenza, che tende a estirpare brutalmente le radici dal proprio terreno; una prepotenza culturale che fa rima con modernizzazione forzata (non è un caso che le scene in cui Hushpuppy è vestita elegantemente saltino all’occhio come scene brutali). Zeitlin fa tutto questo e lo delinea con estrema cura, non sfociando mai in un’effimera esaltazione dei derelitti abitanti di Bathtub, situata nel delta del Mississipi. Una realtà che può facilmente annegare e non riemergere ed è su questo concetto che il regista costruisce una poetica della sopravvivenza, tanto forte quanto insolita e dolorosa. E da questa fanghiglia, che tutto uccide, emerge Hushpuppy, “padroncina” e padrona del proprio destino. Un destino disumano con cui deve fare i conti, affrontando le sue paure, guardando dall’altra parte senza voltarsi mai. Imparare a resistere, a sopravvivere. Proprio come il padre Wink ha cercato di insegnarli.

Re della terra selvaggia è un piccolo capolavoro, insolito e poetico. Un film bellissimo, che grazie a una narrazione minimalista e un eccellente utilizzo del silenzio e di una manciata di dialoghi, che divengono ideale specchio della situazione che il regista costruisce sullo schermo, riesce a colpire al cuore indelebilmente. Il difficile per Zeitlin arriva ora. Difatti un debutto dietro la macchina da presa di questa portata emotiva ed eccellenza filmica può divenire un’arma a doppio taglio. Il pubblico chiederà qualcosa in più e se non sarà soddisfatto emetterà la sua amara sentenza.

Uscita al cinema: 7 febbraio 2013

Voto: *****

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