Warm Bodies di Jonathan Levine: la recensione

cover1300Quando la pubblicità fa nascere cattivi pregiudizi

Levine riesce a trasformare una vicenda prevedibile e osteggiata da molti, in un divertente film che riesce a equilibrare con maestria la farsa, il dramma, il romanticismo e l’horror.

R è uno zombie. Non si ricorda la sua vita passata e si dedica, quasi, esclusivamente a ciondolare all’interno di un aeroporto e a nutrirsi dei cervelli dei pochi umani rimasti. Un giorno, durante un agguato, si innamora a prima vista della bella Julie, figlia del capo della resistenza umana, Grigio.

Warm Bodies non è il nuovo Twilight. E questa è sicuramente una notizia, perché la sceneggiatura (l’innamoramento tra un non-morto e un’umana) e il successo del libro, che lo ha portato velocemente al cinema, possono far trasparire qualche sospetto e pregiudizio. Inoltre nel nostro paese la campagna mediatica ha sottolineato chiaramente che la pellicola, diretta da Jonathan Levine, è stata prodotta dalle stesse persone che ci hanno propinato la saga sdolcinata e mal recitata di Twilight. E se dopo questa notizia il popolo adolescente ha cominciato a sognare a occhi aperti, gli adulti hanno iniziato a flagellarsi. Di conseguenza il fatto che i due film siano assolutamente lontani, soprattutto nell’approccio e nella messinscena, può già provocare euforia, ma delusione da parte delle quattordicenni assatanate di amore paranormale. Sicuramente a capo di quest’operazione innovativa c’è il regista Levine, ovvero colui che ha diretto con equilibrio (comicità e dramma) e passione 50 e 50, film dalla struttura tragica e strappalacrime. Poi è innegabile che ci sia l’interesse di mostrare un punto di vista differente. Difatti osserviamo una delineazione curata degli zombie, del loro, apparente, insensibile stato d’animo e dei loro pensieri e desideri. Quindi Warm Bodies non è una pellicola che pone al centro esclusivamente gli umani e utilizza gli zombie come apparato di contorno, come insensibili macchine mangia-cervelli. Al contrario Levine ci mostra quello che li spinge ad andare a caccia, il loro metodo di comunicazione e la loro sensazione di inadeguatezza. È un po’ come oltrepassare la barricata e considerare questi non-morti unicamente come esseri impotenti di fronte al proprio destino e alla malattia, e non come mostri. Uno di questi è sicuramente R (il protagonista), ragazzo zombie sensibile e sognatore, che si interroga sul suo status di individuo che si allontana dalla stereotipia della massa. E pur non riuscendo a placare la propria fame di cervelli umani, ogni tanto si fa qualche scrupolo. Ed è proprio nel momento in cui sta mangiando Perry che si innamora della sua ragazza. E dopo qualche avvicinamento reciproco, soprattutto dato dalla fiducia che Julie ripone in R, un flebile battito si palesa nel corpo putrefatto del protagonista. Tutto questo è immerso in una scenografia post-apocalittica, che mette in mostra numerose citazioni, sempre declinate in modo farsesco. Difatti sono innegabili i riferimenti al maestro dello zombie movie Romero, nel momento in cui gli zombie si muovono in branco (molto) lentamente, ma inesorabilmente. E forse la sequenza più esilarante è quella del balcone dove una contemporanea Giulietta cerca di allontanare lo zombie Romeo per salvargli la vita ed evitare l’intervento del padre Grigio (John Malkovich).

Warm Bodies, pur ostentando una stucchevole morale (non bisogna fermarsi alle apparenze, ma guardare oltre perché solo l’amore può salvare l’umanità) e un finale romantico (ma troppo lontano dalla struttura al limite della farsa del resto del film), è un buon prodotto, che conferma la capacità di Levine di declinare a proprio favore vicende apparentemente scontate e prevedibili. La leggerezza con cui è costruita l’intera pellicola fa dimenticare le attinenze con Twilight, soprattutto perché qui non appaiono languidi giochi di sguardi e lunghi scambi di battute privi di un obiettivo. Difatti Julie non chiederà mai al suo innamorato «per favore mangiami il cervello». Anzi R sanguinerà per lei.

Inoltre Warm Bodies, fortunatamente, ci fa dimenticare la serietà amorosa e la serialità (la pellicola diretta da Levine non lascia porte aperte e si auto-dichiara come atto unico) di Twilight, riuscendo con la sua surrealità di fondo a farsi metafora del disagio giovanile, i cui sintomi (apatia e mutismo) sono peculiari di qualsiasi disadattato. Di conseguenza onore a Levine e alla sua filmografia gonfia di seconde possibilità e di guarigioni salvifiche. Il buonumore fa sempre bene.

Uscita al cinema: 7 febbraio 2013

Voto: ***

Leggi la recensione anche su Persinsala

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