Quartet di Dustin Hoffman: la recensione

manifesto_quartetHoffman svolge il compitino con brio

Pellicola consolatoria e composta. La prima volta di Dustin Hoffman è un esile inno alla vita.

In un angolo felice e rigoglioso della campagna inglese sorge Beecham House, residenza per anziani musicisti e cantanti. Tradizionalmente, in occasione dell’anniversario verdiano, gli ospiti della casa organizzano un piccolo spettacolo per un ristretto numero di paganti, che permette a Beecham House di non cadere, economicamente, in rovina. Ma la routine dei tre protagonisti (Reggie, Wilf e Cissy) viene sconvolta dall’arrivo di Jean Horton, interprete di punta del loro quartetto ed ex-moglie di un Reggie, ancora visibilmente scosso.

Quartet convince con riserva. La reunion di un quartetto canoro è l’espediente che Hoffman utilizza per narrare una storia semplice, senza particolare originalità, in una casa di riposo per anziani musicisti. La musica (l’opera soprattutto) e l’ineluttabile sensazione di invecchiare, dopo gloriose performance sui palchi del mondo, sono i due temi che divengono centrali in una pellicola modesta, ma briosa. Difatti a 75 anni Hoffman (esordiente dietro la macchina da presa) non ha un messaggio da lanciare e neppure uno stile registico particolarmente innovativo. La sensazione che si ha nel momento in cui si conclude la visione di Quartet è quella di aver assaporato, esclusivamente, un prodotto misurato, che esibisce una larga dose di ottimi attori (Maggie Smith, Tom Courtenay, Billy Connoly, Pauline Collins e Michael Gambon), diretti magistralmente. Hoffman consegna allo spettatore una commedia, velatamente drammatica, senza fronzoli, che ostenta la musica da camera in tutte le sue particolarità (compresa l’emozione che essa trasporta) e una buona dose di ironia senile. Difatti Quartet è una pellicola godibile e scorrevole, che però fatica a farsi ricordare a lungo. Un’opera che lega la quotidianità di una residenza per anziani alla straordinarietà talentuosa, che spesso appare nelle pieghe di molte scene. Difatti, ai fini della riuscita della pellicola, è fondamentale l’apporto scenico e musicale dei comprimari, reali ex-professionisti dell’opera lirica. È innegabile che la bravura degli attori sia fondamentale per scavare (nemmeno troppo in profondità) nei sentimentalismi sopiti negli anni e negli ormai lontani ricordi di una gloriosa giovinezza, ma l’eccessiva semplicità narrativa e stilistica con cui Hoffman realizza Quartet lo fa apparire come un film incompiuto. Come se mancasse un pezzo fondamentale di un puzzle. Forse questa percezione è dovuta a un intreccio narrativo che spesso appare sbrigativo. Oppure l’intento di Hoffman era quello di realizzare una pellicola priva di pretese, una trasposizione cinematografica in perfetto stile british: misurata, composta e mai sopra le righe. Se questo era il suo obiettivo, il regista settantacinquenne lo raggiunge appieno, riuscendo ad arrivare a un vasto pubblico, amante dell’opera e non.

Bach, Verdi, Puccini, Haydn, Gilbert, Sullivan e altri, sono i compositori che accompagnano Quartet; una colonna sonora che mette il buonumore e fa, amabilmente, fischiettare. Questo è sicuramente l’aspetto più positivo di questa pellicola, per il resto scivola via senza colpo ferire. Non è un vanto, ma nemmeno un peccato.

Uscita al cinema: 24 gennaio 2013

Voto: **1/2

Leggi la recensione anche su Persinsala

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