The Master di Paul Thomas Anderson: la recensione

the%20master%20recensioneServo-padrone: quando il concetto si ribalta

Aggrapparsi alla “fede” per salvare la propria anima. Nell’America post-conflitto mondiale si sviluppa un gioco a due simbiotico, che pare introspettivo, ma non lo è.

Freddie Quell è un ex-soldato della Seconda Guerra Mondiale, dalla quale il suo sistema nervoso ne è uscito devastato. Il suo reinserimento nella società è difficoltoso e Quell è principalmente schiavo dell’alcool e del sesso. Dopo essersi imbarcato clandestinamente su una barca, incontra il guru spirituale Lancaster Dodd, che lo inizierà a un metodo introspettivo.

Ci si aspettava il film su Scientology. La provocatoria denuncia. E invece Paul Thomas Anderson realizza una pellicola che oltrepassa il pensiero comune di accusa. Difatti il regista realizza un prodotto degno di essere visto e analizzato a fondo, per la cura con cui viene confezionato e per la delineazione compiuta, soprattutto, dei personaggi principali. Ma anche per una tematica di fondo, che inesorabilmente si fa spazio tra i campi-controcampo e i primi piani con i quali Anderson caratterizza The Master (2012). Principalmente quello che mette in scena Anderson è un gioco a due, ma la presenza femminile (la moglie di Lancaster Dodd, interpretata da Amy Adams: gelida e cinica) si fa sentire, e prepotentemente. The Master si costruisce tutto sulle inquadrature e sulla recitazione dei due interpreti, di cui uno è l’ideale rappresentazione di Hubbard, il fondatore di Scientology. Di conseguenza il “movimento religioso” è presente, con tutto il carisma del personaggio interpretato da Seymour-Hoffman; una battuta («Sono uno scrittore, dottore, fisico nucleare, filosofo teoretico, ma soprattutto un uomo») diviene l’immagine della cialtroneria di questo carattere. Dodd è negativo e la recitazione di Seymour-Hoffman, compassata e controllata fisicamente, ma spesso votata a un’esaltazione del proprio essere, può apparire come finta, costruita. Ma questo è proprio l’intento del regista: delineare un personaggio fintamente sicuro di sé, per poi renderlo eccessivo nei momenti di instabilità.

Ma in The Master c’è altro. Innanzitutto non è casuale la scelta del periodo storico (l’immediata conclusione del secondo conflitto mondiale) quasi a voler rappresentare con il personaggio di Freddie Quell (un Joaquin Phoenix strabiliante, ma di questo ne parleremo più avanti) la dilaniante situazione che stava attraversando l’America. Disturbata, eccessiva e sempre in bilico sul sottile filo che separa la follia dalla ragione. La necessità di affidarsi a qualcosa di sconosciuto, ma potenzialmente affascinante, per poter uscire dallo stato di assedio mentale post-conflitto. The Master è un dramma della psiche umana, ma non è esclusivamente introspettivo. Perché a guidare lo spettatore c’è Joaquin Phoenix, che caratterizza il suo personaggio in modo sublime. Fisicamente esagerato, Phoenix riesce a far trasudare angoscia e rabbia, il suo continuo movimento caraccolante è ideale cartina tornasole del suo stato di instabilità, di inadeguatezza nel mondo, in cui è totalmente immerso. Diviene rappresentazione della sua mente malata e ferita. Un vagabondo sessuomane e perennemente ubriaco, che vivrà un rapporto simbiotico con Dodd. Un rapporto che rasenta la fratellanza, ma che non può essere più lontano da questa definizione. Ed è qui che subentra il concetto filosofico che Anderson traduce su pellicola: la dialettica signore-servo di Kant. Il pensiero si può tradurre in questo modo: l’incontro di due esseri che danno vita a una “lotta mortale” prima che uno schiavizzi l’altro, per poi scoprire che la sua superiorità non gli assicura il controllo del mondo, che aveva tentato di ottenere (ringrazio Wikipedia per avermi aiutato). Ed è proprio questo che accade in The Master: una spasmodica ricerca di ammansire l’altro, senza ottenere quello che ci si aspettava. Nella pellicola la dialettica si ribalta più di una volta, la fuga o la tenacia a dimostrare di poterci riuscire divengono gli strumenti con cui Quell e Dodd operano all’interno del film. E Anderson non fa altro che rimarcarli continuamente.

The Master può apparire noioso e privo di ritmo, ma non è esclusivamente su questo che bisogna soffermarsi. Certamente Anderson non è impeccabile. Difatti il film contiene diversi buchi narrativi e alcune sequenze appaiono come dei puri e semplici riempitivi, ma è il gioco delle parti che la fa da padrone, che trascina lo spettatore all’interno di una pellicola stupendamente delineata, soprattutto per quanto riguarda la direzione artistica degli attori. I dialoghi divengono il vero cardine di The Master, la necessaria chiave di volta per poter apprezzare appieno il film. E se una scena, che ostenta un controllo registico fuori dal comune (un primo piano “scolasticamente” impeccabile, durante l’”interrogatorio” di Dodd a Quell), riesce a essere opprimente, claustrofobica, allora siamo di fronte a un Maestro. Nota a margine: se vi aspettate un film su Scientology, quest’opera non vi piacerà.

Uscita al cinema: 3 gennaio 2013

Voto: ****

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