Django Unchained di Quentin Tarantino: la recensione

django-unchained-poster3Puro cinema. La vendetta cambia colore e sesso

Amare il cinema. Amare Tarantino. L’omaggio al genere spaghetti western è compiuto. Assaporarlo è una delizia.

Alla vigilia della Guerra Civile, negli Stati del Sud un cacciatore di taglie di origine tedesca (King Shultz) è alla ricerca dei fratelli Brittle (vivi o morti) per riscuotere la ricompensa. Per raggiungere il suo scopo libera dalle catene lo schiavo Django, promettendogli la libertà a missione compiuta. Tra i due si instaura un rapporto professionale, che li porterà a viaggiare per l’America del Sud alla ricerca di furfanti e della moglie di Django, Broomhilda, venduta come schiava a un possidente negriero.

È corretto paragonare Django Unchained (2012) al precedente lavoro di Tarantino, Bastardi senza gloria (Inglourious Basterds, 2009)? Probabilmente no. I due film, pur sciorinando continuità stilistica e tematica, sono rappresentanti di due generi completamente diversi. L’unica cosa che li accomuna è l’uomo dietro la macchina da presa, un cinefilo prima di essere un regista. E se nella pellicola del 2009 l’uomo del Tennessee aveva rivoluzionato un genere, riscritto la storia, si era permesso di uccide Hitler (rigorosamente all’interno di un cinema) e aveva omaggiato Enzo G. Castellari (autore italiano di film di guerra, spaghetti western e “poliziotteschi”) prendendo in prestito titolo estero (Inglorious Bastards) e spizzichi e bocconi della vicenda, in Django Unchained si rifà a un altro autore italiano (Corbucci) e realizza il Suo western. Cosa hanno in comune Django (1966) e Django Unchained? Ouverture musicale, il titolo e il meccanismo della vendetta. Poco altro. Difatti Tarantino declina in chiave contemporanea un genere storico della cinematografia internazionale, lo re-inventa e lo consegna al pubblico voglioso e curioso. Ma non sguazza semplicemente in un genere prettamente americano, si misura con gli “spaghetti”, giocando con i suoi codici distintivi, con l’autorialità di Sergio Leone, con lo stile e la poetica riconoscibile. Primi piani fulminati, distese desolate, pallottole e battute a effetto (taglienti come lame di rasoio). Il tutto è condensato e centrifugato in un calderone di tarantiniana genialità grazie a una scrittura dei dialoghi impeccabile (come sempre) e a una violenza che non sempre è mostrata, anzi spesso rimane sospesa, immaginata, rimuginata. Non si assiste ad asportazioni di scalpi e chirurgici disegni di svastiche, ma probabilmente la brutalità per colpire nel profondo non deve essere necessariamente resa esplicita. E se il vero moto perpetuo della pellicola è la vendetta (questa volta stranamente perpetrata da un uomo, dopo che Quentin ha costruito la sua filmografia sulla delineazione di eroine impeccabili), non si può non ammirare la teatralità di questo prodotto. Il regista nuovamente effettua il gioco della parti, pericoloso scambio immerso in una messinscena ineccepibile, nella quale il dottor King Schultz (un “mostruoso” Waltz) sa alternare un linguaggio forbito a una comicità cabarettistica. Un personaggio surreale e cinico, che supera per caratterizzazione lo stesso protagonista Django. Dopotutto la bellezza sta nei dettagli e l’esteta Tarantino non disattende nulla, realizzando un film che offre una sequela di personaggi strabilianti e ambientazioni significative. Infatti si passa dal pomposo proprietario delle piantagioni di cotone Bennet allo spietato negrerio Candie (e la sua Candyland), dal domestico Stephen (nigger, ma più razzista di molti bianchi) a Broomhilda, in attesa di essere salvata dal suo Sigfrid. Senza dimenticare il Django originale: un Franco Nero che si congeda al pubblico con un sibillino «lo so!».

Tarantino cita, fa la riverenza e crea un’opera talmente vasta e dettagliata, che deve essere smembrata e analizzata in ogni piccola particolarità. E osservando sotto lo strato della superficialità filmica compaiono Sergio Leone, Corbucci, Bacalov, Morricone, Annibale e i Cantori Moderni, i fratelli Coen, Trinità e lui stesso. Difatti non possono non saltare all’occhio diverse sequenze nelle quali lo stesso regista ha richiamato la sua filmografia. E se Django si districa (colt in mano) tra un numero imprecisato di cowboy proprio come Beatrix Kiddow (alias The Bride) contro gli 88 folli in Kill Bill vol.1 (2003), lo stesso Django appare impotente di fronte all’inevitabile tortura, come il poliziotto a cui viene reciso un orecchio in Le iene – Cani da rapina (Reservoir Dogs, 1992). Insomma un calderone fantastico, sfaccettato, ma non perfetto. Due pecche si palesano e non rendono Django Unchained un cult indiscusso. Primo: una colonna sonora perfetta e curata con una maestria sopraffina viene “sporcata” da qualche canzone rap dichiaratamente del ghetto. Questa scelta forzata tende a stereotipare la componente (predominante) nigger nel film e l’ostentazione di questi brani (quasi sempre calzati su delle sequenze on the road) fa perdere il ritmo vintage che Django Unchained sostiene per l’intera sua durata. Secondo: se la prima parte è tarantiniana fino al midollo, nella seconda scade in una certa prolissità, allungando il brodo forse eccessivamente. Nonostante questo Tarantino-sceneggiatore si risolleverà nel finale.

Tuttavia precedentemente si è parlato di citazioni e rimandi e allora non si può non ammirare la dedizione con cui Tarantino apre la pellicola, con una scena che ricalca lo stile cinico-grottesco-surreale dei fratelli Coen, per poi muoversi con estrema sicurezza dei propri mezzi attraverso la crudeltà del tema trattato (il razzismo), corredato da un profondo e completo riscatto morale affidato alle parole di Schultz, che spengono (sul nascere) polemiche sterili e inutili. Sterili perché l’abuso della parola nigger (termine fortemente dispregiativo nei confronti degli uomini di colore) è malvisto e disturba. Ma è inutile prendersi in giro. Come sempre Tarantino rimane particolarmente aderente al periodo storico che va a mettere in scena; siamo nel 1859, a due anni dalla Guerra Civile, nel Sud degli Stati Uniti. Non c’è bisogno di aggiungere altro.

Django Unchained apre con i Coen, prosegue sulla strada tracciata da Tarantino, si fa accompagnare da Bacalov e Morricone e si congeda con Annibale e i Cantori Moderni. Nel mentre stralci di Sergio Leone si svelano tra le sue pieghe. Puro cinema.

Uscita al cinema: 17 gennaio 2013

Voto: ****1/2

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