Qualcosa nell’aria di Olivier Assayas: la recensione

24120I dolori (esistenziali) del giovane Olivier

L’après Maggio sessantottino, raccontato con spirito giovanile e contraddizioni personali.

Parigi 1971. Gilles è un liceale che, come molti suoi coetanei, sperimenta l’attivismo politico e viene attratto da un forte sentimento di crescita individuale nella vita e nell’arte. Quando la sua ragazza Laure lo lascia per seguire un percorso estremo e indefinito, Gilles parte per l’Italia con un nuovo amore (Christine) per sfuggire alle indagini sul ferimento di un vigilante della scuola, che lui stesso frequenta. Iscritto alle Belle Arti di Firenze cambia nuovamente strada e scopre il cinema.

Pellicola autobiografica e nostalgica, Qualcosa nell’aria appassiona con lo stile registico, ma pecca nella stesura della sceneggiatura. Difatti la camera-stylo di Assayas dipinge le sequenze proprio come il suo protagonista fa sulla tela con indistinti schizzi di colore. Gilles Guiot, diviso tra attivismo politico (solo nelle primissime sequenze), pittura e cinema, è l’alter-ego del regista. Non è un mistero che Assayas abbia ripercorso le tracce lasciate sul cammino del proprio passato, dirigendo Qualcosa nell’aria con intensa partecipazione malinconica, senza però preoccuparsi di inserirlo adeguatamente nel contesto storico post-sessantottino. Certamente le speranze di un futuro roseo e di una rivoluzione culturale interrotta sul nascere fanno capolino soprattutto in un’ouverture di pellicola, che condensa scontri con la polizia, assemblee studentesche e atti di vandalismo. Ma tutto questo si perde con il proseguo del film, che si concentra eccessivamente sui drammi esistenziali del giovane Olivier. Il primo amore (la pittura) si scontra con la sua ideale cartina tornasole: il cinema. Assayas sceglie la seconda, ma la prima passione gli rimarrà nell’anima per sempre. Difatti i movimenti fluidi della macchina da presa si accostano a una fotografia naturalistica emblematica, patinata e iper-realistica.

Da rilevare sicuramente la scelta del regista transalpino di non volersi fossilizzare sul panorama parigino (giusto qualche chilometro in periferia), ma rappresentare la forte volontà di emancipazione individuale nel resto dell’Europa. Assayas si sposta, non rimane sicuramente fermo; abbraccia l’attivismo giovanile in tutte le sue componenti e declina l’arte come portatrice di ricordi e idee. Una crescita individuale che tocca varie tappe. Un percorso, quello che contraddistingue Gilles, che condiziona le persone a lui vicine: gli amori, gli amici, la politica e la musica. In Qualcosa nell’aria fa capolino anche il dibattito sul cinema (borghese o espressivo), la controcultura e la controinformazione. Ma niente di tutto ciò emerge vividamente dallo schermo cinematografico. Come se tutto questo rimanga su uno sfondo sbiadito, sul quale si elevi esclusivamente Gilles. Perché Qualcosa nell’aria essendo auto-referenziale è profondamente individuale. Bisogna scavare nel substrato della pellicola e non sempre si trova quello che si stava cercando. Difatti non realizzando un film corale, che avrebbe aderito più adeguatamente al contesto storico nel quale è inserito, è come se perdesse quello spirito post-rivoluzionario tanto ostentato nelle prime scene.

Qualcosa nell’aria appare come un afflato nostalgico ed “egoistico”. Assayas ci narra di sé e dell’irrecuperabile tempo che fu, ma non riesce pienamente a coinvolgere lo spettatore nel suo percorso di riscoperta.

Uscita al cinema: 17 gennaio 2013

Voto: **1/2

Leggi la recensione anche su Persinsala

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