Les misérables di Tom Hooper: la recensione

les miserables poster italianoBroadway chiama, Hollywood risponde

L’opera impregnata di spirito patriottico e popolare scritta da Victor Hugo sbarca al cinema sotto l’attenta direzione del premio oscar Hopper, in un turbinio visivo e melodrammatico.

1818, Parigi. Jean Valjean è un carcerato e riceve l’amnistia dopo 19 anni di lavori forzati. Considerato pericoloso e non meritevole di un lavoro, Jean Valjean vagabonda per la Francia post-restaurazione. Successivamente viene accolto da Monsignor Myriel, il vescovo della città di Digne, aristocratico caduto in disgrazia a causa della Rivoluzione Francese. Ma qui commette un furto, trafugando un’ingente numero di oggetti in argento. Immediatamente fermato dalla polizia, viene portato al cospetto del curato che, invece di denunciarlo, lo rimprovera dicendogli di non aver preso con sé anche due candelabri, che diverranno il simbolo della sua rinascita morale. Cinque anni dopo Jean Valjean è Monsieur Madeleine.

Un regista inglese al servizio di un dramma storico francese. Suona come un’ironica contraddizione, ma non concentriamoci su questo dettaglio geografico. Dopotutto Hopper si mette in gioco con un musical (fabbricato a Broadway), che semplifica la complessa macchina narrativa dello scrittore Hugo, cercando di concentrarsi sui personaggi, sui loro percorsi di caduta (in disgrazia) oppure di risalita (morale) e sulle loro aderenze al contesto storico rappresentato. Jean Valjean è il vero filo conduttore di tre tomi cinematografici ben definiti (1818-1823-1832), che si dipana tra miseria, nobiltà, fuga dal passato e bontà d’animo. Quattro sostantivi che costruiscono il suo percorso di redenzione, caratterizzato da una viscerale carità cristiana (vero motore d’azione). Il protagonista, interpretato da un Hugh Jackman avvezzo alla lacrima facile, è il Miserabile per antonomasia: un ex carcerato dalla forza erculea, che riesce a re-inventarsi costantemente. Difatti i personaggi che ruotano intorno a lui (il fulcro della pellicola) sono ben caratterizzati, ma dipendono quasi esclusivamente dalle sue azioni. Lo stesso villain Javert (Russel Crowe), animato da integerrima fibra morale, è legato a doppio filo al protagonista maschile, dedicando la sua esistenza all’inseguimento dello stesso.

In Les Misérables il dramma si fa spazio incessantemente e solo la delineazione della coppia Thènardier infonde all’opera un accenno di ironico sfogo. Tuttavia Sacha Baron Cohen e Helena Bonham Carter quasi ricalcano se stessi, rimanendo aggrappati alle burtoniane caratterizzazioni grottesche di un altro musical ambientato nell’identico periodo storico, ma sulla riva opposta della Manica (Sweeney Todd – Il barbiere di Fleet Street). Nonostante questo Les Misérables è un prodotto ben confezionato grazie anche al riconoscibile stile del regista britannico, che rimane fedele a un uso della macchina da presa mai scontato. Infatti si possono assolutamente notare i primi piani “cantati” mai scolastici, ma perennemente animati da una de-centrazione dell’interprete del brano musicale, una ragguardevole fluidità, punti di vista innaturali (riprese oblique), un numero imprecisato di tableaux vivant, soprattutto nella parte rivoluzionaria della pellicola (estremamente curati e simmetrici) e un’instabilità stilistica (con la camera a mano) che tende a coinvolgere nell’azione lo spettatore e a non lasciarlo impotente a osservare una magniloquenza visiva. Purtroppo anche le capacità registiche incappano in difetti e uno di questi è l’eccessiva staticità, nelle quali sopravvivono le sequenze estremamente melodrammatiche. Il materiale a disposizione del cineasta è tanto e, per poter accalappiare la maggior fetta di pubblico, insiste sul lato romantico e drammatico della vicenda, senza lesinare sulla questione (centrale) della viscerale povertà, dilagante nelle strade della Parigi del primo Ottocento. Difatti riuscite sono le “coreografie” degli homeless francesi, che richiedono a gran voce pane e migliori condizioni di vita. Inoltre Hopper si concentra con estremo rigore sull’aspetto “rivoluzionario” della pellicola, gonfio di istantanee emblematiche e fortemente simboliche.

Considerato da molti uno dei romanzi cardine del diciannovesimo secolo, la trasposizione cinematografica di Tom Hopper è un dramma in bello stile, che non trova (e non cerca) appigli con la contemporaneità. Una pellicola corale che riesce a equilibrare le apparizioni delle numerose star che si alternano sullo schermo. Un musical che non contiene coreografie, ma solitari momenti di espressione artistica, più o meno apprezzabili. Les Misérables fatica a far commuovere e ad appassionare. Ma per quello c’è lo stile di Hopper, un regista che si sta scoprendo sempre più autore.

Uscita al cinema: 31 gennaio 2013

Voto: ***

Leggi la recensione anche su Persinsala

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