Tutto tutto niente niente di Giulio Manfredonia: la recensione

Tutto-tutto-niente-niente-cover-locandinaVizi e nessuna virtù per il prodotto Albanese dipendente

Albanese triplica la sua maschera comica e si fa portatore satirico della politica nostrana.

Qualunquemente (2010), limitato alla dimensione paesana, aveva funzionato. Tutto tutto niente niente (2012), allargato al contesto nazionale, si inceppa e non trova la propria identità. Albanese recupera Cetto La Qualunque dalla prima pellicola, Frengo Stoppato dalla televisione e aggiunge un nuovissimo personaggio di nome Rodolfo Favaretto. Sessuomane il primo, “fumato” il secondo e secessionista il terzo. Tutti e tre in manette per vari motivi, vengono successivamente scarcerati ed estradati in parlamento dal sottosegretario (interpretato da Bentivoglio), per mantenere intatta la maggioranza.

Attuale e desolante, Tutto tutto niente niente non pare preoccuparsi di suscitare il riso consolatorio nello spettatore. Quando ci si aspetta la risata arriva la morale, la denuncia senza appello e la delineazione di un contesto politico raccapricciante. Ma se in Qualunquemente la campagna elettorale di quartiere (seppur a tratti forzata) poteva riuscire nell’intento di disegnare un panorama veritiero, in quest’opera la verità oltrepassa il luogo comune e si ha la sensazione di assistere a un mero esercizio di stile comico e trasformistico. La sceneggiatura latita in una sorta di ripetizione che non riesce fino in fondo a farsi veicolo di coinvolgimento e intrattenimento puro. Tutto tutto niente niente si divide necessariamente in due tronconi: ciò che convince (disegnato con estrema attenzione) e ciò che non convince. E un aspetto lodevole, ma tragico, è la strutturazione del parlamento italiano. Difatti il microcosmo surreale e caricaturale che costruisce Albanese (sui cartelloni campeggia il nome di Manfredonia come regista, ma è abbastanza chiaro che in realtà l’attore si auto-dirige) non ha (purtroppo) nulla di simbolico. Tutto quanto è estremizzato in modo realistico. È il mondo dei mega-direttori di fantozziana memoria (figure mitiche e mistiche), dei saltimbanchi nullafacenti e ingordi (non a caso il “presidente” del consiglio è travestito da Re Mida e non smette mai di abbuffarsi) e dei corrotti e compiacenti personaggi di un “paese delle meraviglie” (le acconciature e i vestiti sgargianti si riagganciano ai cortigiani della versione burtoniana di Alice), che non dovrebbe esistere e che invece persiste.

Ciò che non appassiona è l’interpretazione di Albanese. Pare non trovarsi a suo agio nel ruolo trino, sviluppando episodicamente i tre protagonisti su una vicenda parallela, che mal si lega al marcio universo politico. La Qualunque si interessa solo delle donne e di risolvere un’identità sessuale deviata, Stoppato naviga nelle acque beate pontificie, grazie anche alla presenza della madre cattolica impersonata da Lunetta Savino, mentre Favaretto è il leghista tutto d’un pezzo dedito alla secessione e al ricongiungimento con la natia Austria. Solo una cosa li accomuna: ognuno si fa i propri comodi a spese del popolo e non si reca mai a svolgere il proprio dovere parlamentare. Delinquenti sono all’inizio del film e delinquenti rimangono alla fine, percorrendo un viaggio verso l’esilio forzato.

In conclusione Tutto tutto niente niente denuncia senza pungere davvero, limitandosi a mero esercizio comico, ma serioso. Difatti la risata amara di Albanese non trova sfogo in una pellicola ancora troppo legata a un’attualità che fa ribrezzo e fa vergognare. La realtà delle cose è questa. Forse (si spera) tra qualche anno ne rideremo bonariamente, ricordando i tragici fasti della politica del Bel Paese.

Uscita al cinema: 13 dicembre 2012

Voto: **

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