Skyfall di Sam Mendes: la recensione

007 Rises

Mendes destruttura l’icona di 007 e apre all’autorialità. Bond muore e resuscita.

L’agente segreto britannico più cool dell’intero circus cinematografico compie 50 anni e giunge al ventitreesimo film. Inizialmente ci fu Connery, poi Lazenby (una sola apparizione), Moore, Dalton, Brosnan e infine Craig, alla sua terza interpretazione. Già osservando attentamente Casino Royale (2006) e il successivo Quantum of Solace (2008), il più debole, si poteva pensare a una minima, ma intensa, rivoluzione del personaggio di 007. Skyfall (2012) lo conferma. Anzi Mendes va oltre al semplice concetto di rivoluzione del carattere. Il regista lo uccide e lo fa resuscitare dall’ombra, dalla quale (testuali parole di M) nasce. Mantiene la mascella quadrata di Daniel Craig e utilizza meno vezzi tecnologici e appeal british. Difatti nell’ultima pellicola si respira aria di modernità, senza mai dimenticare i feticci storici (l’Aston Martin e la Walther PPK). È questa l’operazione che mette in mostra Sam Mendes: un convincente pastiche di modernità e antichità. E ci riesce appieno donando, inoltre, a James un’energica analisi introspettiva e un’infanzia dolorosa.

Di conseguenza il regista inglese rivoluziona l’agente segreto. Ma non solo: fa riemergere dalle ceneri cinquantennali la segreteria Moneypenny e Q, “rottamando” contemporaneamente la figura di M, ideale madre, al centro di un conflitto edipico senza pari, ovvero quello tra Bond e il villain Silva (figliol, non tanto, prodigo). Un cattivo che rimarrà nell’immaginario dei fan, un crudele vendicatore da applausi. E soprattutto un Bardem da applausi.

Skyfall gira alla perfezione. Si fa avvincente e coinvolgente. Distrugge tutto quello che di più caro c’era nella filmografia bondiana, per rivalutarlo e renderlo il più possibile vicino alla cinematografia attuale. Difatti sono palesi una caratterizzazione ben più profonda e uno stile registico, che gioca con una fotografia che ostenta diverse tonalità. Londra è fumosa e grigia più che mai, ma il divertimento visivo non si ferma qui. E allora Mendes fa sfoggio di tutta la sua autorialità per rendere omaggio, in modo brillante, al compleanno del seduttore britannico. La macchina da presa si sofferma con oppressiva intensità sullo sguardo duro di Daniel Craig, misura la follia sanguinaria e vendicativa di Silva in modo compiuto, ma soprattutto si rende estremamente fluida quando deve immortalare la dimensione action dell’opera. Tuttavia Skyfall non è solo questo e allora nel “risciacquo” registico e narrativo di James ci finisce anche la figura femminile. E allora le Bond Girl, cattive e buone che siano, vengono messe inevitabilmente da parte, sempre che non si voglia considerare M l’ultima girl. Dopotutto, in questa mini-trilogia craighiana, dopo Vesper non è mai emerso un carattere femminile sufficientemente paragonabile.

Skyfall è il punto zero della saga. Mendes sembra che voglia far passare come messaggio che per poter andare avanti bisognerà obbligatoriamente guardare al passato. E in suo aiuto giungono una messinscena sofisticata, una reintroduzione di alcuni personaggi mitici e una narrazione che sfiora costantemente la catastrofe, la fine. Difatti il Bond di Mendes è inedito; è meno infallibile e più fragile (anche psicologicamente). Dopotutto il regista mantiene il suo eroe in un perenne stato di fallimento e nemmeno lo spettatore è così fermamente convinto che alla fine ce la farà, sempre e comunque. Per concludere, Skyfall ostenta un’immagine inedita: 007 colpito a morte, che precipita da un ponte. Titoli di coda? No di testa.

Uscita al cinema: 31 ottobre 2012

Voto: ****

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2 pensieri su “Skyfall di Sam Mendes: la recensione

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