La sposa promessa di Rama Burshtein: la recensione

Kammerspiel israeliano

La comunità chassidica vista dall’interno. Uno sguardo intimo, essenziale e pudico da assaporare con attenzione.

Bisogna inizialmente puntualizzare una cosa. La regista Rama Bursthein (alla sua prima opera cinematografica) è di stretta osservanza chassidica. Di conseguenza la sua macchina da presa non può che essere decisamente veritiera, uno strumento indagatore che mantiene le distanze e non giudica. Difatti la vicenda, che si disegna con estrema delicatezza sullo schermo cinematografico, è un racconto di formazione di una ragazza che diventa donna in circostanze particolari. La sorella Esther, incinta di nove mesi, muore di parto e Shira (questo è il nome della protagonista) viene proposta al vedovo Yohai, per evitare che lui porti il neonato all’estero.

L’intera pellicola passa attraverso gli sguardi degli interpreti, abilmente scrutati dalla regista Bursthein in piani ravvicinati e americani. L’inadeguatezza e la profonda sensazione di disagio sono evidenti negli occhi della protagonista, la disperazione e la ferma volontà si disegnano nei languidi e silenziosi primi piani dedicati alla madre, vera e propria ideatrice del “piano” (in barba alla comunità patriarcale). Sentimenti che si fanno tremendamente empatici e che caratterizzano La sposa promessa, un potente dramma da camera israeliano, visceralmente intimo. La regista ci accoglie nella sua comunità chiusa su se stessa, un microcosmo che si auto-alimenta con la preghiera e che appare lontano anni luce dalle ideologie occidentali. Ed è forse questo l’ostacolo più impervio da superare; ovvero la distanza, chiaramente ostentata, dagli usi e costumi occidentali. Femmine remissive, matrimoni combinati e ruoli rigidamente separati sono solo alcune delle caratteristiche più anacronistiche che ci appaiono davanti agli occhi vividamente e messi in scena, in modo sublime, da Rama Bursthein. Tuttavia quello che si nota è l’entusiasmo e la passione con cui l’autrice ci mostra, priva di superficialità e superiorità, una realtà difficilmente digeribile e condivisibile. E la scelta di smorzare la tragedia con stilemi prettamente ironici, è la cosa più intelligente e, allo stesso tempo, utile per migliorare la fruizione dello spettatore. Difatti a parte qualche stilettata sarcastica (ma mai denunciante), la pellicola scivola lenta e compassata verso una conclusione prevedibile, ma non per questo costellata da tratti narrativi semplicistici.

Accogliente ed essenziale, La sposa promessa ci presenta un universo ermeticamente chiuso al mondo esterno (a tal proposito è emblematica la scena nella quale padre e figlio sono intenti a studiare e sbarrano la finestra per evitare che la musica esterna entri), un microcosmo claustrofobico legato indissolubilmente alla tradizione e alla fede. Un sottile e riuscito equilibrio emozionale, che ci insegna come in una realtà di questo tipo non sempre la soluzione è fuggire, ma adattarsi. E continuare a vivere. Con il classico sheitel in testa e una “missione” da compiere.

Uscita al cinema: 15 novembre 2012

Voto: ***1/2

Leggi la recensione anche su Persinsala

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