7 psicopatici di Martin McDonagh: la recensione

Ne rimarrà (forse) solo 1

Progetto pulp azzeccato, 7 psicopatici è un work in progress costante, che esibisce sapientemente meta-cinematografia e caratteri strabilianti.

Il film di McDonagh è un fulmine a ciel sereno. Chi si aspetta una pellicola superficiale, zeppa di star e che ostenta sangue a fiotti o insensata follia, verrà prontamente smentito. Difatti il punto forte del film è una sceneggiatura brillante, intrisa di un’ironia sfavillante e che sfrutta al meglio le compiute interpretazioni di Farrell (sceneggiatore in crisi, bloccato sulle prime pagine di uno script intitolato 7 psicopatici), Rockwell (aspirante attore, con il vizio del rapimento di cani), ma soprattutto Walken, il compagno dei rapimenti di Rockwell, portatore di segreti inconfessabili. Ma non sono solo loro a colpire lo spettatore. Difatti si riconosce vividamente un montaggio accelerato, che alterna immagini di racconti alla realtà filmica che si disegna sullo schermo, e una cattiveria maliziosa insita in una serie di battute e situazioni che ribaltano, a volte, la convenzionalità cinematografica.

7 psicopatici apre il sipario su una coppia di mafiosi, che parla del nulla e che pone l’accento sugli aspetti più assurdi di un dialogo a due, che si chiude con un sonoro colpo di pistola alla testa di entrambi. Un Jack di quadri viene lasciato come biglietto da visita e una didascalia presenta il primo personaggio, il primo psicopatico. Per il resto la pellicola si sviluppa principalmente su un binario (il filone centrale nel quale l’aspirante attore/rapitore di cani Billy rapisce il cane del boss mafioso Charlie, che fa di tutto per riaverlo, dimostrando un’accesa e lucida follia criminale), lasciando frequenti aperture a sortite esterne e ostentando una costruzione narrativa in divenire, che si lega a doppio filo alle volontà del protagonista-sceneggiatore Marty. Se lui dichiara di voler realizzare una pellicola dialogata, il film si fa verboso. Se si lascia andare a desideri di insensata violenza, 7 psicopatici si colora di sangue. Tuttavia il finale non lo può scegliere lui.

7 psicopatici non è un film per tutti e questo è chiaro già dalle prime scene. È indubbiamente violento, tuttavia il crescendo sanguinario viene abilmente smorzato da un impianto profondamente grottesco, attraversato da un sarcasmo che prevale e si fa registro unificatore dell’intera pellicola. Di chiara derivazione tarantiniana, quantomeno per la costruzione dei dialoghi, l’opera è caratterizzata da un’anima assurda e trascinante, priva però di un utilizzo della macchina da presa adeguato. Nessun vivido dettaglio o sequenza significativa fa capolino all’interno della pellicola. Dopotutto il regista inquadra i suoi personaggi in modo assolutamente convenzionale, o perlomeno non con uno stile riconoscibile. Nonostante ciò la pellicola è accattivante. Un interessante prodotto sovra-saturato di immagini forti, rese, nella loro indubbia brutalità, divertenti, al limite del farsesco. Dopotutto si ride delle uccisioni più macabre, dell’insensata follia dei protagonisti e dei sentimenti di vendetta perpetrati con metodi discutibili. Inoltre McDonagh si auto-critica, gioca con le becere stereotipie e non prende mai troppo sul serio i suoi (esclusivamente uomini) psicopatici. Infatti la figura femminile non risulta strettamente necessaria. Tutto sommato, secondo la visionaria costruzione filmica del regista, il folle angelo vendicatore non può avere il faccino pulito e le gambe lunghe, ed è forse per questo che i caratteri femminili vengono profondamente bistrattati e resi marginalmente.

Inoltre 7 psicopatici mette in mostra una luccicante carrellata di star, ognuna con il suo dovuto spazio. Difatti non si assiste a furiose sgomitante di fronte alla telecamera. Farrell, Rockwell, Walken, Harrelson e Waits vengono opportunamente suddivisi in compartimenti stagni. A ognuno il suo ruolo. A ognuno il suo folle carattere.

Il regista britannico stupisce positivamente, colpisce in pieno il bersaglio e riesce a realizzare un film perfettamente inserito in un genere (quello pulp) che non accetta regole prestabilite. Dopotutto, come sostiene il dizionario, il pulp è una massa di materia informe. Eppure McDonagh riesce a plasmarla sapientemente. Eccome.

Uscita al cinema: 15 novembre 2012

Voto: ***1/2

Leggi la recensione anche su Persinsala

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