Killer Joe di William Friedkin: la recensione

Brandelli d’America

Un mix di generi intenso, Killer Joe (2011) sbarca sugli schermi cinematografici del nostro paese, dopo aver pienamente convinto a Venezia 68.

Collochiamo Friedkin nella storia del cinema: dopo essere stato regista de Il braccio violento della legge (The French Connection, 1971) e de L’esorcista (The Exorcist, 1973), due capisaldi di genere, rispettivamente del poliziesco e di quello horror, ora realizza una pellicola che rimane saldamente a metà strada tra il noir e il grottesco. Difatti il film colpisce per la sua voluta destabilizzazione narrativa e per la delineazione di una serie di personaggi grottescamente colpevoli. Al centro c’è una famiglia anormale: il figlio Chris, che vive con la madre, viene periodicamente allontanato da casa perché la picchia (questo si deduce dai suoi racconti), mentre la figlia dodicenne Dottie è una sonnambula e strana figura che si muove tra le sequenze in modo “impercettibilmente” assente. A questi due si aggiungono un padre (Ansel) psicologicamente fragile e socialmente codardo e la sua compagna (Sharla), lasciva e calcolatrice. Chris ha bisogno di soldi. Ha un debito con il delinquente della zona e pianifica un piano: uccidere la madre naturale, sulla quale pende una cospicua assicurazione sulla vita da dividere con gli altri componenti della famiglia. Ed è qui che entra in scena Killer Joe, poliziotto di giorno e sicario nel tempo libero.

Osservando la pellicola (neanche troppo attentamente) si palesa un tocco che ricorda quello pulp tarantiniano e una visione nichilista della società, che si avvicina a quella dei film dei fratelli Coen. Ed è proprio a metà strada tra questi due stili che si ferma Friedkin, pur rimanendo fedele al suo credo stilistico, composto da un fermo e controllato utilizzo della macchina da presa. Di conseguenza nessun orpello non necessario e nessuna concentrazione sui dettagli (con intensi ed evocativi zoom), ma una forte attinenza a una sceneggiatura (che prende spunto da un’opera teatrale di Tracy Letts), che per di più denota un’energica dissacrante dose di humour.

Friedkin è spiazzante, ma funziona, grazie alla naturalezza con cui non si preoccupa di sconvolgere il pensiero comune, di inquadrare (e pesare adeguatamente) la disfunzionalità familiare e di irrigare il tutto con una messinscena compiuta, una fotografia dark e un movimento di macchina ostentato (a volte) da lunghi piani sequenza. Tuttavia questo non sarebbe stato possibile se non ci fosse stato l’apporto recitativo di un cast scintillante (Emile Hirsch, Thomas Haden Church , Gina Gershon e Juno Temple) e di un McConaughey, avvezzo a commedie “comode” e confezionate con un bel fiocco rosa, strepitoso. A tratti comico e a tratti violentemente destabilizzante, McConaughey dà una svolta convincente alla sua carriera riuscendo a distinguersi dal resto del cast per bravura e interpretazione.

Due scene cult saltano all’occhio e rimangono impresse nella memoria: la fellatio forzata e umiliante di Sharla a una coscia di pollo e un finale ad alto contenuto disturbante e decisamente fuori dagli schemi rispetto ai precedenti minuti. Tuttavia Killer Joe non è esclusivamente queste due sequenze fortemente disorientanti, ma è una pellicola che mette in evidenza un vuoto ambientalistico, che si scontra ferocemente con una caratterizzazione dei personaggi curata e convincente. Il substrato familiare e sociale americano è desolante e sottolineato con ferocia, scansando le stereotipie piatte e superficiali. Non importa se l’ispirazione (come anticipato) sembra provenire direttamente dalla filmografia tarantiniana e coeniana; Friedkin colpisce con violenti pugni allo stomaco e al viso. E il sangue scorre a fiotti.

Uscita al cinema: 11 ottobre 2012

Voto: ****

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