Il matrimonio che vorrei di David Frankel: la recensione

Frankel tasta il polso al matrimonio: è convalescente

Un intenso duetto per una pellicola piccola piccola.

Il cast è di tutto rispetto. Si ridacchia, a volte, in modo spensierato delle (dis)avventure della coppia Kay-Arnold (Streep-Lee Jones). Eppure qualcosa non torna. Perché il nuovo film di Frankel (per chi non si ricorda, il regista de Il diavolo veste Prada) non riesce a colpire al cuore. Dopotutto l’intento principale del regista è quello. Mettere in scena un matrimonio senile, che ormai da anni non vive i fasti della passionalità. Kay e Arnold dormono in camere separate e la ricerca ossessiva, da parte di Kay e ostracizzata burberamente da Arnold, di una sessualità ormai sopita da decenni di apatia matrimoniale, promette fuochi d’artificio adolescenziali e matura introspezione. E invece i fuochi d’artificio si spengono in risatine sommesse, mentre l’introspezione si dimostra superficiale. Difatti Il matrimonio che vorrei si racchiude mestamente nei siparietti prevedibili, con protagonista assoluto Lee Jones, e negli sguardi ammiccanti di una Streep, che ricalca, simpaticamente, Julia Child (Julie & Julia). Nemmeno Steve Carell (nell’insolito ruolo del pacato terapista di coppia) riesce a risollevare la pellicola, che si attesta noiosa e stucchevolmente sentimentale.

Lo scontro ideologico è ostentato nelle prime scene e solo un repentino cambiamento narrativo nelle sequenze conclusive imprime quell’alone di spensieratezza, che ci si aspetta nei precedenti minuti. Il puritano Arnold rimane costantemente sulle sue ferree convinzioni; certamente sperimenta (quasi costretto dal terapista), ma non fa nulla (o quasi) per avvicinarsi all’esuberanza (conservatrice) di Kay. E allora ecco che ci si ritrova a osservare, stancamente, puerili tentativi di ravvivamento della fiammella passionale, passando da un cinema deserto a una camera d’albergo lussuosamente innaffiata d’alcool.

L’impianto imbastito da Frankel (fotografia piatta, metodi di ripresa convenzionali e ritmo che rallenta in modo preoccupante) scricchiola come il matrimonio tra i due protagonisti, che nonostante la superficialità filmica nel quale li immerge il regista, svettano in modo unico con un’interpretazione apprezzabile e di alto livello. Calati a pieno nei loro caratteri, Lee Jones e la Streep riescono a sostenere la pellicola per l’intera durata. Un duetto lodevole e per nulla disprezzabile.

Purtroppo gli aspetti tecnici e narrativi de Il matrimonio che vorrei dimostrano di non avere quella carica passionalmente agè, che sarebbe necessaria per poter godere appieno della pellicola. Didascalico e a tratti ripetitivo (le sedute di terapia sono perennemente identiche a se stesse), il film di Frankel si afferma come una commedia drammatica oltremodo iper-convenzionale, che non contiene quel pizzico accattivante di humour nero, che aveva contraddistinto Il diavolo veste Prada, pellicola nella quale i fronzoli non apparivano stucchevoli. La mancanza di pretese da parte di Frankel gli si ritorce contro: un boomerang che, ipoteticamente, raccoglierà pochi consensi.

Uscita al cinema: 18 ottobre 2012

Voto: **

Leggi la recensione anche su Persinsala

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