Reality di Matteo Garrone: la recensione

Never give up!

Garrone: Gomorra (2008), Reality (2012) e due Grand Prix della giuria a Cannes. Il luogo è attiguo, la vicenda si discosta, ma si declina all’Italia intera.

Una favola amara. Reality ha il Grande Fratello come incipit e come cartina tornasole di una storia che riporta un ritratto aberrante dell’italiano, ossessionato e figlio del facile successo televisivo. Un’allucinazione televisiva “lucida”, una vertigine infinita, un microcosmo macchiettistico ed esteticamente impeccabile. La storia di Luciano (un fantastico Aniello Arena) si compone di immagini, di sguardi, di illusioni e disillusioni. Di speranze costruite, di redenzione e pentimento. Di ordinaria follia e di mancanza di consapevolezza. Il Grande Fratello ci ha accompagnato in questi ultimi anni, ci ha guidato per mano e ha appagato il nostro sfrenato voyeurismo. Ed è proprio nell’anno in cui la televisione ci priva di questo contenitore sociale, che ha lentamente iniziato il suo declino, che Garrone ci offre il suo sguardo, doloroso e distaccato, sulle nostre abitudini. Luciano è un semplice pescivendolo, ha tre figli e una moglie devota, con cui intavola gustose truffe. È il cabarettista della famiglia; ha spirito ed è divertente e talvolta si da anche al travestitismo. È così che lo conosciamo: truccato da drag queen intento ad allietare i familiari durante un matrimonio in grande stile. Tuttavia l’attenzione viene catalizzata da un altro personaggio: Enzo è il fresco partecipante dell’ultimo GF e, tra coriandoli e fanfare, passa da un matrimonio all’altro recitando sempre la stessa formula. Comparsate che attirano l’attenzione. I provini del Grande Fratello sbarcano a Napoli e Luciano partecipa. Successivamente viene chiamato a Roma per prendere parte a un ennesimo provino. Noi non lo vediamo: la sua performance viene sublimata dalla sue parole. Ha raccontato una storia forte, intensa ed è certo che verrà chiamato per entrare nella Casa. I giorni passano, ma la telefonata non arriva.

Garrone pone l’accento sulla teatralità della vita di Luciano. Lo pone spesso su un palco immaginario, in un luogo privilegiato: al centro dell’attenzione e della piazza del suo quartiere invaso da applausi e cori di approvazione, al centro della famiglia, che lo vede come una star consumata, in una posizione di comprovata supremazia nella pescheria nella quale vende e si improvvisa in siparietti farseschi, ma soprattutto sul “palchetto” di casa sua, mentre recita la sua “lucida” follia. Luciano recita la sua vita di fronte a telecamere immaginarie e si strugge per allucinazioni sgranate (Garrone non perde occasione per rendere queste immagini torbide e in secondo piano). Luciano vive all’interno del suo Grande Fratello, sopravvive di ossessioni e complotti e si fa strumento di un’analisi mediatica desolante.

Dopotutto sovviene una domanda: Reality è fuori tempo massimo o, colmando la lacuna della cancellazione del programma televisivo, dà la possibilità di poter osservare in modo più obiettivo le conseguenze del curioso, ma sempre meno appagante, teatrino televisivo? Garrone ci pone di fronte a dei problemi e, pur limitandosi a girare nel rione napoletano, riesce a infondere alla pellicola un concetto nazional-popolare chiaro e deciso. La lunga carrellata di aspiranti concorrenti di fronte a Cinecittà è lo specchio distorto di una generazione che ha decisamente perso la ragione in favore di un successo mutevole ed effimero. Tuttavia Garrone non è polemico, ma realista. E tutto questo lo fa in modo assolutamente autorale dal punto di vista estetico (la macchina da presa è perennemente e intensamente aggrappata al volto di Luciano, quasi a voler fungere da simbolico voyeuristico “buco della serratura”), cedendo volutamente a stereotipi caratteriali. Dopotutto il regista romano non ha nessuna intenzione di costruire personaggi anticonvenzionali. La convenzionalità è verosimiglianza, pur galleggiando in un’intensa surrealità di fondo, ma non per questo meno sconvolgente.

Reality è un film che va visto e analizzato a fondo. La pellicola è un percorso a stazioni, una via Crucis esistenziale, che porta a quel paradisiaco luogo tanto sognato e mai raggiunto. Però osservato da vicino fa più paura. E allora sdraiamoci su un lettino e ridiamo istericamente.

Note a margine: divine la fotografia colorata di Marco Onorato e i toni fiabeschi di Alexander Desplat, che si scontrano in modo sconvolgente con i tratti tragici della vicenda di Luciano.

Uscita al cinema: 28 settembre 2012

Voto: ****1/2

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