Shark 3D di Kimble Rendall: la recensione

Niente cult movie. È solo uno squalo affamato

Lo spunto sembra buono, ma la pellicola prova a imitare modelli irraggiungibili.

Pellicola d’apertura di Venezia 69 (grazie Medusa), Shark 3D (Bait 3D, 2012) si presenta come il più classico delle opere di serie B, senza però possederne le basi necessarie. Le premesse iniziali sembrano buone: Josh e Tina (lui è un bagnino della costa australiana) si amano e si vogliono sposare. Ma un avvenimento sconvolge tutto: il fratello di Tina muore a causa dell’attacco di uno squalo bianco. Un anno dopo Josh e Tina non stanno più insieme. Lei si è trasferita a Singapore, mentre lui, sconvolto e in colpa per l’accaduto, lavora in un supermercato. Mentre i due si re-incontrano nel megastore, uno tsunami travolge la costa, sommerge d’acqua l’intero edificio e pochi sopravvivono. Nell’acqua, tra gli scaffali inondati, nuota uno squalo (o forse due?).

Questo è l’incipit e sembra decisamente buono, peccato che Rendall sprofondi nell’action horror banale fino al midollo. Shark 3D rimane confinato all’interno del supermercato, ostentando come minaccia quella figura iconica, e mai dimenticata nel panorama cinematografico, che è lo squalo. Ma il regista non segue le direttive del maestro Steven; non lascia libera la bestia marina nelle profondità oceaniche, ma lo costringe all’interno del simbolo del consumismo per eccellenza (supermercato) e prova a cavalcare, con vigore, la messinscena della cinematografia di serie B. Peccato che invece di lasciarsi andare ad autoironia e scene surreali e comiche – Machete (2010) insegna –, il regista decida di pesare con eccessiva enfasi qualsiasi situazione drammatica, innaffiandola copiosamente da ettolitri di sangue. Difatti invece di sottolineare l’assurdità dello stato d’assedio che porta lo squalo all’interno del supermarket, Rendall prende regolarmente sul serio il pericolo e ci costruisce un film horror convenzionale, senza nessuna invenzione accattivante (stilistica o narrativa che sia). Anche la macchina da presa si muove in modo assolutamente classico riservando all’animale protagonista un’interminabile serie di soggettive a pelo d’acqua, rese drammaticamente forti da una musica in crescendo (Spielberg docet).

Difatti l’errore (imperdonabile) di Rendall è quello di realizzare una pellicola seria, non surreale e nemmeno comicamente assurda. Shark 3D è semplicemente un horror contraddistinto da teste mozzate, corpi maciullati e una storia d’amore da ricucire, necessariamente, a causa di una situazione potenzialmente pericolosa e senza via di scampo. Per concludere Shark 3D è contraddistinto da personaggi mal assortiti e superficialmente caratterizzati ed è un film che non lascia scampo alle risate (involontarie) e a una considerazione complessiva che rasenta la grave insufficienza.

Uscita al cinema: 5 settembre 2012

Voto: *1/2

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