Pietà di Kim-ki Duk: la recensione

C’era una volta la tragedia. Ora c’è Kim Ki-Duk

Sicuramente un buon film, ma non un capolavoro assoluto; Pietà (Pieta, 2012) ha messo tutti d’accordo per l’estetica e i contenuti.

Leone d’oro a Venezia 69, il diciottesimo film di Kim Ki-Duk sconvolge, senza lesinare una buona dose di ironia. Eppure la pellicola è oscura, rigida e grigia. Narra la vicenda di Kang-do, un ragazzo  spietato, assunto da uno strozzino per recuperare i debiti e che si comporta come un vero e proprio “macellaio”: se chi ha ricevuto un prestito non può permettersi di restituirlo, viene storpiato in modo che l’assicurazione provveda a risarcire il debito. L’atteggiamento del protagonista è dovuto alla mancanza di affetto e amore che ha costellato la sua vita. Abbandonato in fasce, Kang-do ha reagito alla vita votandosi al vile denaro, vendendo l’anima al diavolo tentatore (il capitalismo) senza provare rimorsi nei confronti delle persone a cui ha rovinato la vita. Un giorno appare Jo Min-Su. Sostiene di essere sua madre. E tutto cambia.

Si è parlato (e scritto) di una forte contrapposizione tra il rosso, che contraddistinguerebbe la figura di Jo Min-Su, e il nero, che caratterizza Kang-do; ma tutta questa differenza cromatica risulta sterile e debolmente supportata (qualche vestito e un onnipresente rossetto, nulla più) da un impianto visivo che non si cura necessariamente di questa peculiarità. Pietà è un film incentrato sul sentimento di vendetta e  sulla redenzione. Sulla rabbia e su un odio represso, che fa a pugni con una felicità assaporata, ma solo lievemente sfiorata. È una pellicola che ostenta la malignità del denaro, che si insinua nella vita di ogni giorno, guastando tutto, soprattutto i rapporti umani. E Kim Ki-Duk racchiude tutto questo in un involucro trattenuto e privo di iperboli stilistiche e narrative. La morale: in un mondo duro e violento (non visivamente, ma dal punto di vista del contenuto) nel quale domina il denaro, solo il denaro può decidere se puoi stare al mondo. Banale e stereotipata. E anche lo sviluppo della vicenda risulta (a prima vista) semplicistico, fino a quando il regista inventa quel colpo di genio, che stravolge qualsiasi cosa. Difatti Pietà diviene un film circolare e si tramuta in una tragedia greca, con una punta di ironia, che non guasta mai. Infatti i debitori vengono dipinti stupidamente (chi si taglia una mano pur di avere qualche soldo in più, oppure chi si fa una sveltina prima di essere storpiato, come nelle farse più becere), eppure non risultano fastidiosi o macchiettistici. Kim Ki-Duk mette in scena il microcosmo della piccola imprenditoria (addirittura del sottoproletariato). Non si trova a proprio agio tra i palazzoni di Seul, l’autore (perché di autore si tratta) indaga la miseria dei bassifondi coreani, nei quali si muove in primo piano una vicenda straziante.

Pietà è una tragedia, ma non familiare o sentimentale. Una tragedia classica, paragonabile alle opere dei grandi Eschilo, Sofocle ed Euripide. Difatti il guizzo geniale di Kim Ki-Duk, a metà pellicola, esplicita i meccanismi della vendetta, il sacrificio per provocare dolore e l’inganno per portare a un’espiazione inutile. E questi contenuti ci portano a una convinzione ferrea: il regista è fermamente legato alla cultura occidentale, tanto alla teatralità greca, quanto alla pittura. Infatti non può non saltare all’occhio il voluto riferimento alla Pietà di Michelangelo nella locandina del film. Ma non solo, perché il radicale cambiamento di Kang-do, nel momento in cui re-incontra sua madre (devozione, rispetto) rimanda chiaramente al concetto di pietas romana. Certo il regista lo estremizza e lo rende figlio della rabbia e di una serie di torture mentali e fisiche, ma il risultato è un ammorbidimento della figura di Kang-do, un repentino regresso allo stato adolescenziale, se non infantile.

Non perfetto in fase di stesura, ma cinematograficamente accurato e significativo, Pietà è un film grigio, duro e violento e non importa se la violenza non è visivamente ricercata e spiattellata sullo schermo (Kim Ki-Duk la elude volutamente). È insita nei contenuti, nello sviluppo della vicenda e in un morboso rapporto madre-figlio, che cela qualcosa di tragicamente oscuro. Pietà è allegoricamente brutale ed enfatico. È un gioiello salvato dall’ironia e da due grandi interpretazioni  (Cho Min-Soo e Lee Jun-Jin), ma scalfito da una morale troppo spesso ridondante. L’opera è la conseguenza dell’uscita da un’impasse creativa e da uno shock, che il regista consapevolmente ha confessato in Arirang (2008). Alla prossima Kim, magari con una storia meno abbozzata e una morale meno convenzionale.

Uscita al cinema: 14 settembre 2012

Voto: ***

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