È stato il figlio di Daniele Ciprì: la recensione

La Sicilia di Daniele e Nicola

Quando i grattacieli si mischiano alla polvere e le tragedie familiari si trasformano in speranza; è qui che Ciprì posiziona la sua cinepresa.

Ciprì dipinge dietro la macchina da presa. La tela assume un color seppia, il cielo è attraversato da nuvole e polvere. In primo piano una famiglia palermitana (i Ciraulo), volti scavati dal lavoro, dalla vecchiaia e dalla noia di un luogo avvilente, povero e privo di ambizioni. Il capo-famiglia è Nicola (Toni Servillo), che passa le sue giornate al cantiere navale, trascinandosi appresso il figlio Tancredi (Fabrizio Falco) e il nonno Fonzio. A casa la moglie Loredana, la nonna Rosa e la figlia Serenella, la “luce dei suoi occhi”. La vita scorre rapida tra una capatina al mare e i racconti insensati (teatralmente assurdi) del nonno. Ma un giorno Serenella viene colpita da una pallottola vagante nel bel mezzo di un regolamento di conti mafioso. Muore sul colpo. Pianti e urla rivolte al cielo coprono di disperazione l’infausto avvenimento, ma dalla disgrazia può nascere la speranza, la speranza di ottenere un risarcimento in denaro dallo Stato. Il tutto è raccontato da Busu (Alfredo Castro), un cinquantenne che aspetta pazientemente il proprio turno in posta. Un flusso di ricordi, una favola tragi-comica scandita incessantemente dai numeri del tabellone postale luminoso.

Ciprì costruisce narrativamente una vicenda che fila, che si incastra alla perfezione con il paesaggio creatogli intorno, composto da polvere e fango, da desertici campi lunghi e silenziosi compromessi spiati da una finestra. Una famiglia in crisi economica e morale, che accumula debiti e si ritrova a idolatrare una Mercedes (accudita come una figlia e beatificata con l’acqua santa), un bene materiale per riempire il dolore della perdita di una figlia. Emblematica è la figura di Nicola, padre che rivendica il proprio ruolo all’interno della famiglia, un uomo solo al comando (allegoriche e stupende sono le inquadrature che gli dedica il regista, principalmente di spalle mentre percorre, ciondolante e a testa alta, una strada vuota), l’unico che porta a casa uno stipendio e che non rivede nel figlio il suo identico carisma. A tal proposito è folgorante l’interpretazione isterica e grottesca di Toni Servillo, che rasenta la macchietta esasperata, ma non per questo fastidiosa. Difatti la caratterizzazione estrema di Servillo è proprio uno dei punti di forza di È stato il figlio; una prova attorale che provoca pena e comprensione per un uomo che ha la necessità di un appagamento immediato, un disperato bisogno di benessere, ostentato, sbattuto in faccia al quartiere. Una Mercedes per far vedere che è un signore. Che la famiglia Ciraulo è ricca. Ciò nonostante il peccato di tracotanza si rifletterà su un presente diabolico e distruttivo.

Ma non spicca solo Servillo in questa pellicola. Perché anche il giovane Falco (fresco vincitore del premio Mastroianni a Venezia 69) brilla di luce propria, grazie a un’interpretazione contenuta, esplosiva nella sua timidezza e inazione, contraddistinta da un’istantanea ricorrente: il suo viso che si specchia in un televisore perennemente accesso, ma sempre guasto, che non trasmette nulla.

Ciprì è siciliano e il film lo dimostra chiaramente, perché lo sguardo del regista non è superficialmente amorevole, ma cinico, spietato e passionalmente coinvolgente. È stato il figlio è comico, grottesco, sprezzante e disperatamente tragico: registri diversi che convivono piacevolmente all’interno della stessa pellicola. Tuttavia non sono solo i cambi repentini di registro narrativo (senza mai cadere in una stereotipia forzata) a convincere, ma anche lo stile e la cura dei particolari maniacale sono ammirevoli. La fotografia si colora di sabbia e sudore e l’orizzonte si compone di periferie desolate, cieli incupiti e grattacieli che affondano nel fango. Lo stesso fango (morale) nel quale affonda la famiglia Ciraulo.

Il regista chiude con una sequenza, che non ammette speranze e ostenta un presente disordinato, sconfortante: una macchina arrugginita si staglia su uno sfondo desertico e cupo. Il sipario si chiude. Applausi.

Uscita al cinema: 14 settembre 2012

Voto: ****

Leggi la recensione anche su Persinsala

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