Bella addormentata di Marco Bellocchio: la recensione

Non è morta, sta dormendo

Ci si aspettava la denuncia urlata e la polemica, invece ciò che colpisce è la messinscena della libertà di scelta e di giudizio: un’impasse morale.

Gli ultimi 6 giorni di Eluana Englaro tra fede e laicità, sensi di colpa e amori consumati in fretta, tra media e giochi di partito, tra anaffettività e ruoli salvifici.

Bellocchio stupisce. L’espediente è il caso Eluana Englaro (eutanasia sì, eutanasia no), ma rimane sullo sfondo di un racconto a più voci, nel quale la possibilità di scegliere come vivere e morire è il tema portante. Il regista non decide di consegnare il suo pensiero a un personaggio, ma, alternando situazioni e punti di vista differenti, affida all’intero cast la libertà di esprimere la propria opinione. Bella addormentata è un film composto da immagini simboliche, da scambi di battute importanti (coinvolgente il monologo di Servillo e memorabile il duetto tra lo stesso Servillo e Herlitzka), che lasciano strascichi di moralità o immoralità. E allora ecco che sullo schermo si compongono sequenze, che vedono coinvolti diversi personaggi. A Roma Uliano (Toni Servillo), il politico con la coscienza sporca e l’indecisione sull’espressione di un voto (un sì per seguire le indicazioni di partito e un no per rimanere radicato ai propri ideali). Di fronte alla clinica della discordia, la figlia Maria (Alba Rohrwacher), attivista del movimento per la vita, che si innamora del “nemico” laico Roberto (Michele Riondino), nel quale trova conforto e un nuovo modo di guardare al passato. A Udine, non nello stesso ospedale nel quale si consuma Eluana, Rossa (Maya Sansa) è una tossica che vuole morire, ma un medico, Pallido (Pier Giorgio Bellocchio), la accudisce. Infine altrove un’attrice (Isabelle Huppert) cerca nella fede e nel miracolo la guarigione della figlia, ormai in coma irreversibile da anni, sacrificando qualsiasi cosa: carriera e rapporti con il figlio (Brenno Placido) e il marito (Gian Marco Tognazzi).

Bellocchio mette in fila queste figure e disegna un affresco emaciato (soprattutto grazie all’apporto fotografico di Ciprì), nel quale osserviamo tutte le situazioni in modo distaccato, come se fossero lontane istantanee che non ci appartengono. Mentre il regista, con il suo stile registico riconoscibile e tecnicamente impeccabile, ci accompagna empaticamente all’interno di ciascuna vicenda e attende il giudizio dello spettatore. Dopotutto Bellocchio si impegna a non mostrare il suo parere, mettendo in scena situazioni che apparentemente non hanno una tesi comune, eppure ciascun episodio si interroga sulla scelta di vivere o morire, sulla possibilità, sulla libertà di poter scegliere. Se Eluana può morire, perché Rossa va salvata?

Il rispetto della scelta è rilevante, qualunque essa sia. Perché, infatti, accettiamo l’accanimento terapeutico dell’attrice Divina Madre (il personaggio non ha nome, viene semplicemente definito così) pur comprendendo che è completamente autodistruttivo e che si trascina appresso sterili preghiere, profane e teatrali litanie ed è il risultato di un’affettività mascherata e profondamente forzata. Inoltre capiamo il gesto disperato di un marito (Uliano) e parteggiamo per il medico Pallido, che in nome di una viscerale umanità (non solo perché costretto dal suo giuramento) preferisce salvare una donna dal suicidio, piuttosto che lasciarla andare incontro a un destino crudele.

Bella addormentata sospende il giudizio. Bellocchio, anch’esso, non lo esprime chiaramente. Dopotutto un argomento così spinoso, l’eutanasia, non può avere una spiegazione universale. Difatti il film, in modo cristallino, porta avanti una “tesi” condivisibile: un tema che evidenzia così tante sfaccettature non può avere un’interpretazione e una spiegazione oggettiva, ma nemmeno soggettiva. È la singola vicenda che cambia il punto di vista. Il segreto è immaginarsi di trovarsi nelle medesime condizioni e successivamente giudicare. E Bellocchio riesce nell’intento di avvicinare empaticamente lo spettatore ai suoi personaggi, grazie a una macchina da presa intima, permettendogli, inoltre, di seguirne le (in)decisioni e le emozioni.

Il regista piacentino si cimenta con del grande cinema, che non necessariamente deve perpetrare una denuncia ideologica. Bella addormentata è una pellicola sincera, che non contenta tutti, ma neppure divide aspramente.

Voto: ****

Uscita al cinema: 6 settembre 2012

Leggi la recensione anche su Persinsala

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