Professione assassino di Simon West: la recensione

Il meccanico è al lavoro

Action movie raffinato. Statham non eccelle, ma vien fuori dal guscio Ben Foster.

Arthur Bishop è un killer su commissione specializzato nel far apparire come incidenti quelli che in realtà sono omicidi. Riceve gli ordini da Dean, capo di una organizzazione segreta, e ha come punto di riferimento l’anziano e paralizzato mentore Harry. Però Harry è sospettato di tradimento e Arthur esegue l’ordine di ucciderlo senza esitazioni.

Quando un attore nasce per determinati ruoli, ci sguazza dentro e costruisce una carriera su un’unica espressione facciale e su un’unica caratterizzazione. Jason Statham è uno di questi. The Transporter (2002), Transporter: Extreme (The Transporter 2, 2005) lo hanno lanciato, mentre Professione assassino (The Mechanic,2011) gli conferma  l’etichetta di nuovo Willis, Schwarzenegger o Stallone. Difatti l’interprete statunitense si è ben presto attorniato da produzioni molto vicine alla sua indole da duro e puro. E in Professione assassino non fa davvero nulla per levarsi di dosso la definizione di maschio contraddistinto da una mascella squadrata e da uno sguardo iper-concentrato, ma mono-espressivo. Tuttavia nella pellicola diretta da Simon West non è lui la vera star. Perché, pur muovendosi abilmente tra deflagrazioni varie e omicidi perfettamente premeditati, Statham si fa rubare lo scettro dal giovane Foster, attore che, caratterizzando al meglio il suo personaggio di ragazzo disturbato e disturbante, riesce ad aggiungere quel pizzico di novità nel panorama action. La vicenda si fa ben presto di facile lettura e si compone di battute composte a tavolino e esclusivamente figlie di un genere prestabilito; eppure c’è qualcosa che tiene incollato lo spettatore allo schermo, smanioso di conoscere lo sviluppo di una storia, che si fa pregna di colpi di scena. Da una parte abbiamo un’organizzazione anonima votata all’eliminazione di personaggi scomodi, dall’altra osserviamo l’assassino e il suo apprendista, figlio di una vittima del protagonista e del suo senso di colpa, del rimorso. Innanzitutto abbiamo un passato (e in queste pellicole non è assolutamente scontato) da analizzare e da scoprire man mano. Successivamente abbiamo una vendetta, distillata a piccole dosi. Ma cosa realmente convince di Professione assassino? In primis un ritmo incalzante, dosato nei tempi giusti sia visivamente che dal punto di vista recitativo. Di seguito un iter educativo del perfetto mercenario. Difatti, probabilmente, la parte più interessante del film è la costruzione, pezzo per pezzo, di un killer professionista, senza scrupoli e con tanto di intelligenti consigli e dritte studiate nei minimi particolari. L’assassinio diviene una scuola di vita, un impiego redditizio e spietato. Naturalmente con lo sviluppo della sceneggiatura, la pellicola incappa in evidenti incidenti di percorso, intoppi risolvibili, che permettono senza difficoltà il coinvolgimento estremo.

Professione assassino è ben confezionato ediviene accattivante sequenza dopo sequenza, inseguimento dopo inseguimento; senza banalità ostentate, diviene una pellicola di genere, che pur priva di autoironia, può competere senza demeritare con grandi classici del calibro della serie Willis-centrica Die Hard. Statham mostra meno muscoli e più ingegno, diviene oggetto imprescindibile per la riuscita del film; eppure si muove nell’ombra a favore di Foster, eroe dal viso pulito, ma con una gran voglia di spaccare il mondo.

Uscita al cinema: 24 agosto 2011

Voto: **1/2

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