I segreti della mente di Hideo Nakata: la recensione

Demonizzando Internet

Visionario, ma inconsistente. Nakata è offline.

Zero vita sociale, ma vita online densa di appuntamenti. I protagonisti de I segreti della mente (Chatroom, 2010) schifano la propria realtà e affondano in un mondo online, nel quale trovano amici con cui dialogare. Ma tra gli utenti si nasconde una mela marcia, che vuole esclusivamente manipolare.

Pur dotato di uno script accattivante, nel quale la disaffezione familiare, la depressione e l’intima auto distruzione dominano, I segreti della mente non convince e si perde nei meandri della tecnologia 2.0. Nakata costruisce la sua pellicola concentrandosi su un microcosmo che ha invaso le nostre esistenze (Internet) e lo confronta (o per meglio dire lo fa cozzare) con la vita di tutti i giorni. La pellicola si apre su un universo cangiante e ben presto conosciamo i suoi protagonisti, tutti adolescenti e con diverse problematiche esistenziali. Difatti William è un giovane apprendista autolesionista, con diverse sedute di terapia alle spalle, causate dal dissonante rapporto con i suoi genitori; Emily è una ragazza che non si trova più al centro dell’attenzione, Eva vive con malessere le relazioni con i suoi coetanei, che la scherniscono costantemente, Mo è l’eterno indeciso bisognoso di spalle su cui sorreggersi, mentre Jim è affetto da una depressione post-traumatica, causata dall’abbandono del padre. Loro fanno parte della Chelsea Teens, chatroom privata, nella quale si confrontano su qualsiasi tipo di argomento. Totalitario manovratore dei fili è William, ovvero il creatore della “camera”.

Cosa non convince di I segreti della mente? Nakata lavora su una sceneggiatura iper-dialogata, smaniosa di ritmo e di situazioni border line. Eppure se i caratteri vengono compiutamente descritti, lo sviluppo della vicenda rivela numerosi buchi strutturali e un approccio superficiale ai problemi, che si sommano mano a mano. Evidente è l’atteggiamento autoritario di William, personaggio e avatar nello stesso momento, che costruisce la sua vita tecnologica sulla sofferenza altrui e Aaron Johnson con il suo ghigno malefico riesce anche a renderlo credibile. Il problema è tutto il resto. Nakata troppo facilmente giunge a futili conclusioni, appiattisce i dilemmi e li confluisce in un universo computer-centrico, che non può far altro che accentuarli. L’intento del regista sembra quello di costruire un thriller psicologico, basato su un’intelligenza artificiale (ovvero quella del pc), che assume tinte horror nel momento in cui la posizione di William si fa predominante e influente. Quanto può realmente incidere sulla vita vera una manipolazione a livello tecnologico? A quanto pare il passo è molto breve e il monito di Nakata è forte e chiaro. Tuttavia non basta; il contrasto, anche visivo, tra il mondo reale (grigio e privo di colore) e quello delle chatroom (colorato e gioviale) è forzato e si ha l’impressione che non sia necessariamente significativo, ma che si sia usata questa differenza di colorazione per una maggior fruibilità dello spettatore. Inoltre il ritmo, assolutamente fondamentale in un thriller psicologico che scava nella mente, è mutevole e poco lineare.

I segreti della mente dimostra come la “vita surrogato”, composta da lustrini e palettes, sia assolutamente uno specchio deformante della realtà, un riflesso della nostra personalità manipolata dalla tastiera e da font brillanti. Eppure tutto questo viene messo in scena in modo esclusivamente visionario, senza fare i conti con una doverosa verosimiglianza di fondo. Nakata non comprende questo scarto e si lascia trasportare dalla voglia di realizzare qualcosa di assolutamente innovativo. Forse però in qualcosa è riuscito a lasciare il segno: la luce si spegne, rimane solo un’ombra sullo sfondo e una voce fuori campo. Nemmeno la morte cancella la nostra immortalità tecnologica. Titoli di coda.

Uscita al cinema: 2 settembre 2011

Voto: **

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