El campo di Hernan Belon: la recensione

Haunted House melodrammatica

Sembra una ghost story, ma non lo è. El campo è un melodramma della coscienza, che lascia perplessi.

Una giovane coppia con la figlia di poco più di un anno decide di trasferirsi nella campagna argentina. L’abitazione si rivela poco accogliente e diroccata e provoca un’immediata sensazione di sconforto in Elisa. Diversamente Santiago è entusiasta e non vede l’ora di iniziare i lavori di restauro, necessari per rendere accogliente la loro nuova residenza. Attirata da continui rumori e spifferi onnipresenti, Elisa converge le proprie paure in una morbosa e iper-protettiva attenzione nei confronti della figlia Matilda.

La nebbiosa campagna argentina avvolge una decadente villa. L’arrivo di Santiago ed Elisa all’ingresso del giardino, composto principalmente da sterpaglie, promette tensione e spaventose apparizioni. Eppure non accade nulla di tutto questo. Difatti il regista Belòn gioca con il pubblico e traveste El campo da pellicola fantasma, indugiando su porte scricchiolanti, ambigue vecchiette, oscure foreste e perdite d’acqua, dettagli che attivano necessariamente determinati sensori, che mettono in moto un atteggiamento difensivo nei confronti di successivi accadimenti. E invece tutto questo si ferma a un puro e semplice esercizio di stile, una costruzione immaginaria della tensione, che non sfocia in ambiziose aspettative. E alla pellicola sfugge quell’interesse iniziale, che a cadenza regolare si riaffaccia nelle sequenze successive, ma che mano a mano la sceneggiatura accantona per dedicarsi interamente al melodramma sentimentale e coniugale, che avvolge e decostruisce la coppia. Peccato che il disorientamento, l’inquietudine e il nervosismo che si dipingono sul volto di Elisa (e che non scalfiscono minimamente l’orgoglioso Santiago) trovino come manifestazione visiva, come specchio imperfetto quegli stilemi horror sfoggiati con rinnovata superbia dal regista argentino. Un matrimonio in caduta libera rappresentato in immagini, che non viene aiutato da una colonna sonora pressoché inesistente, ma sorretto da una fotografia che vira in modo deciso verso una colorazione grigiastra. Tuttavia non è il lato tecnico quello che convince di meno di El campo. Infatti Dolores Fonzi e Leonardo Sbaraglia (i due attori protagonisti) si limitano al “compitino”, a un’interpretazione piatta, che vede nella mancanza di espressività da parte dell’attrice argentina l’elemento più rilevante, che, suo malgrado, rimbalza nelle scene e rimane più impresso. Lo sguardo vitreo della Fonzi non rispecchia l’intento del regista e non traduce in modo convincente l’introspezione psicologica del suo personaggio.

Ma il reale dilemma che attanaglia lo spettatore alla fine della visione è la motivazione che ha spinto Belòn a realizzare un film di questa tipologia, una pellicola ibrida, che lascia decisamente dubbiosi sulle sue finalità e sul suo significato. El campo non ha un predominante sviluppo narrativo e, concentrandosi esclusivamente sulle preoccupazioni di Elisa, scivola in una costruzione ripetitiva, che annoia per la maggior parte del minutaggio. Non importa se Belòn utilizza la macchina da presa in modo fluido, inseguendo la protagonista femminile nell’oscura foresta vicina o nei suoi repentini cambiamenti d’umore. Il regista si perde per strada e finisce per mettere in scena un raccontino fine a se stesso, temporalmente lineare, che dimostra nelle sequenze conclusive di aver ben poco da narrare. Purtroppo rivelandosi uno spaccato di vita inconsistente, di due esistenze alla deriva, privo di una tensione drammatica convincente, il progetto di Belòn è l’opera prima che potresti aspettarti: incompiuta e sprovvista di uno script accattivante. Peccato: l’incipit, seppur banale, sembrava buono per una pellicola horror.

Uscita al cinema: 31 agosto 2012

Voto: *1/2

Leggi la recensione anche su Persinsala

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