Gli sfiorati di Matteo Rovere: la recensione

L’impasse: cifra stilistica e narrativa

Rovere vuole provocare e mettere in scena l’inquietudine e lo spaesamento di una generazione.

Mète è un giovane grafologo orfano di madre e costretto a partecipare alle nozze del padre con Virna, una donna amata da vent’anni e con la quale ha concepito una figlia, Belinda, adolescente pigra e depressa. In occasione della celebrazione Belinda si trasferisce temporaneamente a casa di Mète. Il giovane uomo ha una vera e propria ossessione per la sorellastra e così cerca di occupare interamente il suo tempo libero con i due amici Bruno e Damiano, rendendosi pochissimo reperibile. Ma in qualche modo dovrà scontrarsi con il suo desiderio recondito e assecondarlo.

Definizione di “sfiorati” da parte del grafologo Santamaria: «sono quelli che sembrano sempre lontani, distratti. Sai, quando sei davanti a qualcuno e ti chiedi: ma mi starà ascoltando? Ma mi ama? Ma ha capito? […]. Non sono affatto superficiali, anzi agiscono consapevolmente, si prendono dei rischi. […] Gli “sfiorati” possono attraversare delle cose meravigliose, o anche cose terribili. Cose che gli altri nemmeno vedono. […] Sono una specie di categoria nuova e non prevista».

Tratto da un racconto di fine anni Ottanta di Sandro Veronesi e diretto da Matteo Rovere, Gli sfiorati (2011) è una pellicola che non sta in piedi autonomamente. E purtroppo la ricerca di provocazione da parte di Rovere si ferma alla sequenza di incesto tra il protagonista Mète (Andrea Bosca) e la sorellastra Belinda (Miriam Giovanelli). Ed è proprio Mète l’incarnazione di una categoria nuova di uomini, che vivono la propria vita in un limbo, sfiorati dalle proprie emozioni, dalle proprie ambizioni, da una serie di sensazioni, che attraversano la loro esistenza. Peccato che il risultato finale non raggiunga l’obiettivo pieno, a causa di un adattamento malamente ricollocato cronologicamente (Rovere sposta la vicenda di oltre vent’anni) e di una raffazzonata caratterizzazione dei personaggi. Mète, Damiano, Bruno e Belinda sono le facce di una stessa medaglia, che rappresenta una generazione sospesa, che ha perso e che mette, comunque, in evidenza numerosi stereotipi. Dopotutto Damiano è il classico playboy mancato e chiacchierone, Bruno è il divorziato zeppo di paranoie, Belinda è la viziata “cocca di papà” e furbescamente pigra, mentre Mète non riesce nella sua missione empatica e non trasmette nessuna emozione allo spettatore seduto in sala. Sguardo spaesato, andamento ciondolante e perpetrata inazione sono le principali caratteristiche di un personaggio della “Roma bene”, che fa i conti con un’esistenza difficile, vissuta all’ombra del carismatico, ma assente padre. E allora ecco che l’adattamento anacronistico di Veronesi si riduce a una sequela di ragazzi troppo accidiosi per guardare più in là del proprio naso e troppo codardi per dare una svolta, decisa ed energica, alla propria vita. Rovere ostentando eccessivamente una sessualità “in mutande”, non riesce in nessun modo ad approfondire il tema, smembrato delle sue peculiari caratteristiche, come ad esempio il periodo storico nel quale il romanzo di Veronesi è inserito. Lo scrittore-sceneggiatore non parla solo di uomini, delle loro difficoltà e della loro introspettiva psicologia, ma anche del finire di un decennio (gli anni Ottanta), che ha modificato le intenzioni di ognuno e la modalità di affrontare la vita. Uno scritto che, non solo si sofferma su un determinato gruppo di persone e le sue ambizioni, ma anche su un periodo storico specifico. Tutto questo nel film di Rovere si perde per strada e l’unica aspettativa che la pellicola si ritrova a inseguire è la tanto attesa (corredata da allucinazioni varie) distensione sessuale tra Mète e Belinda. Purtroppo si ha la sensazione di assistere a un delicato, raffinato e morboso ricatto visivo, nel quale il protagonista (ossessionato, desideroso di affetto e affamato di passionalità) non aspetta altro che sdraiarsi al fianco della bella e disponibile Belinda. Un incesto che cancella qualsiasi altra morale e intenzione tematica contenuta nella pellicola. Quindi niente più rapporto padre-figlio (sfiorato a inizio pellicola e messo da parte immediatamente dopo), niente più amicizia e neppure rapporti occasionali; tutta la pellicola è centrata e tesa esclusivamente al raggiungimento del rapporto sessuale. Arrivati a quello, la pellicola non ha più senso di esistere e le ultime sequenze si presentano come una sommatoria stilistica fine a se stessa, una raffazzonata rincorsa a una fine sciocca e parecchio incomprensibile. Nonostante tutto risultano bravi gli interpreti Bosca, Riondino, Santamaria, Popolizio e Asia Argento.

Gli sfiorati non raggiunge al cuore il problema e a un certo punto non si comprende fino in fondo il significato del titolo. I protagonisti da cosa sono sfiorati? Dalle emozioni? Da un’epoca che scivola via? Dall’amore? Dal sesso? Dalla vita? Tante domande e nessuna risposta. Quello che rimane è un foglietto appeso a una bacheca. C’è un tratto curvilineo e incostante. La firma recita così: Mète.

Uscita al cinema: 2 marzo 2012

Voto: *1/2

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