Workers – Pronti a tutto di Lorenzo Vignolo: la recensione

Lavoratori? Prrr!

Pronti a tutto pur di lavorare. Quanto sono plausibili gli episodi diretti da Lorenzo Vignolo?

Sandro e Filippo sono i gestori di un’agenzia di lavoro interinale, che si trova quotidianamente a maneggiare impieghi di ogni tipo e a rapportarsi con disoccupati di ogni sorta. Fra questi troviamo Giacomo, giovane pigro e annoiato, con mesi di affitto arretrato da pagare, che accetta di fare il badante a un paraplegico arrogante e cocainomane. Poi c’è Italo, addetto alla raccolta dello sperma presso un allevamento di tori e innamorato di una commessa fissata coi dottori. Infine c’è Alice, una truccatrice costretta a lavorare presso un’agenzia di pompe funebri. Il tutto è raccontato, con particolare enfasi, da Sandro.

Poca inventiva e creatività per una pellicola che punta a far (sor)ridere sulla precarietà. Impostato come la più classica delle commedie a episodi, Workers – Pronti a tutto (2012) prosegue l’ideale percorso che hanno iniziato i suoi predecessori Santa Maradona (2001), Tutta la vita davanti (2008) e Generazione 1000 euro (2008), giocando sulla mancanza di impiego e sull’impossibilità di fare il lavoro che si è sognato o immaginato. Purtroppo il risultato conclusivo non si avvicina nemmeno lontanamente alle pellicole appena citate. Dopotutto i capitoli sono costretti in una cornice, composta dai due ex Cavalli Marci Alessandro Bianchi e Michelangelo Pulci, che prende vita in un ufficio interinale, nel quale vengono declinate – in forma surreale (?) – tre storie di giovani disposti a tutto pur di lavorare. Il primo episodio vede Giacomo (Alessandro Tiberi) ritrovarsi a fare il badante per un paralitico insensibile, volgare e parecchio disturbante (Francesco Pannofino), il secondo capitolo declina una famosa battuta di Clerks – Commessi (Clerks, 1994) «è importante fare un lavoro che ti gratifichi: io masturbo manualmente gli animali», mentre il terzo gioca con l’estremizzazione dell’impiego, caratterizzando in modo macchiettistico una famiglia mafiosa. La pellicola, pur aderendo alla prestabilita struttura a capitoli ben delineati e con nessun intreccio narrativo rilevante, dimostra di giocarsi bene le sue carte soprattutto nel terzo episodio, che vede Nicole Grimaudo particolarmente ispirata in un ruolo che oltrepassa il surreale, portato alle sue estreme conseguenze. Diversamente la collaudata coppia Tiberi-Pannofino (chi si ricorda Boris?) non mette in mostra ingranaggi convincenti e nemmeno l’istrionismo di Dario Bandiera salva il peggior stralcio di pellicola (il secondo) che si vende troppo facilmente alla stucchevole commedia romantica.

È sicuramente utile ridere e scherzare (ostentando continuativamente una comicità rigorosamente politicaly correct) delle disgrazie lavorative, degli impieghi saltuari e della disastrosa situazione italiana, eppure il film si ferma a un’analisi superficiale, di conseguenza poco approfondita. Perché la realtà rivela un quadro peggiore, più catastrofico e si fatica a identificarsi con i personaggi e le loro vicende, smontate di significato e mostrate sullo schermo in modo piatto e distaccato. La convenzionalità stilistica fa il resto e non permette ai numerosi commedianti di bucare lo schermo e rendersi convincenti. Difatti neppure la ridondante comicità, fine a se stessa e molto spesso condita da una continua storpiatura linguistica, di Dario Bandiera riesce ad allietare lo spettatore seduto in sala. L’intento di Vignolo era quello di rappresentare in modo godibile e senza pretese, un mondo che offre ripetutamente opportunità poco gratificanti, ma differenziate. Purtroppo però non si riesce a guardare con il sorriso stampato sulle labbra un universo lavorativo così sgretolato e privo di sbocchi e professionalità a lungo termine.

Uscita al cinema: 11 maggio 2012

Voto: **

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