Biancaneve di Tarsem Singh: la recensione

Freud non abita qui

Colori pastello e cura dell’immagine per la nuova pellicola diretta da Tarsem Singh.

Dopo la morte del magnanimo re, la perfida regina rinchiude all’interno del palazzo la figliastra Biancaneve, prendendo il controllo del regno, sperperando tutti i soldi e vessando di tasse il popolo. Il giorno del suo diciottesimo compleanno Biancaneve fugge da palazzo e s’imbatte, dapprima in uno svampito principe e successivamente in una gang di nani briganti, che l’aiuteranno a trovare il coraggio per ribellarsi alla matrigna.

Più vicino alla versione animata disneyana per la messinscena ludica e cangiante, ma lontana dalla stessa per quanto riguarda la costruzione narrativa, Biancaneve (Mirror Mirror, 2012) è una  pellicola che rimescola le carte e si focalizza su un punto di vista differente rispetto ai precedenti adattamenti della fiaba dei fratelli Grimm. Difatti la protagonista indiscussa è la perfida regina, in perenne lotta di bellezza e considerazione amorosa con la smagliante Biancaneve (Lily Collins: capelli corvini, labbra rosse e pelle candida), che di conseguenza sfocia in un’innegabile gelosia nei confronti della figliastra. Dopotutto i Grimm hanno costruito la vicenda proprio su questo duello, ostentando la paura di invecchiare, che porta direttamente a una mancanza di considerazione collettiva. Pur non limitandosi a una rilettura, con radicali modifiche alla storia originale (la trasformazione dei nani in un gruppo di furfanti della peggior specie, l’apparizione di una bestia spaventosa, il cambiamento di Biancaneve in improvvisata Robin Hood, la mancanza della figura del cacciatore e lo spostamento “in avanti” dell’evento-mela), Singh riesce a far apprezzare anche il carattere malinconico e nostalgico (condito da maligno umorismo) della strega cattiva. Specchiandosi in un’immagine di una lei più giovane e saggia, si riesce a comprendere l’interesse del regista, che giocando con i riflessi del tempo, cerca di andare a scandagliare, in modo freudiano, la psicologia della regina. Dopotutto lo stesso titolo originale (Mirror, Mirror) ci suggerisce una chiave di lettura differente; eppure lo stratagemma, che poteva essere un apprezzabile tentativo di novità, si perde in un’analisi esile e mal supportata da una recitazione piatta di Julia Roberts.

Ma la Roberts non è l’unica nota negativa della pellicola, perché nemmeno l’idiozia (marcata), che contraddistingue il principe (Armie Hammer), è convincente o parzialmente verosimile. Singh calca la mano sull’aspetto ludico della fiaba, realizza una fotografia estremamente luminosa e una scenografia ricamata e attenta all’estetica stilistica del regista indiano; eppure si notano diverse mancanze narrative, che non permettono a Biancaneve di farsi accattivante e sufficientemente ritmata.

Pellicola inconsistente, con una Lily Collins a cui manca solo la voce celestiale e gli animali del bosco a vestirla, Biancaneve non rispetta le aspettative e crolla definitivamente nel ridicolo quando, in conclusione di pellicola, viene messo in scena un balletto in perfetto stile Bollywood, di cui non si comprende il significato. Singh ricorda le origini e l’attenzione ai dettagli della scenografia del palazzo, rimanda alle vistose residenze indiane, ma purtroppo questo stacco, soprattutto, estetico così evidente dalla vicenda originale più che portare vantaggi, trascina dubbiose domande.

Uscita al cinema: 4 aprile 2012

Voto: *1/2

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Un pensiero su “Biancaneve di Tarsem Singh: la recensione

  1. Sono d’accordo con questa recensione! Ho trovato il film davvero al di sotto delle mie aspettative. Peccato…

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