The Amazing Spider-Man di Marc Webb: la recensione

Il reboot in stile Dark Knight

Meno fumetto e più metropolitano, il nuovo Spiderman convince e supera (seppur di poco) il confronto con il primo episodio della saga originaria.

Peter Parker ha sette anni e viene affidato dai genitori a zia May e zio Ben. I genitori moriranno subito dopo in un incidente aereo. Un decennio dopo è un liceale solitario, che ha una cotta per la coetanea Gwen. La scoperta in soffitta di una valigetta del padre, lo porterà a conoscere il dott. Connors, un collega di suo padre ed esimio ricercatore dell’azienda Oscorp. Infiltratosi nei loro laboratori, viene morso da un ragno geneticamente modificato.

Conclusa la trilogia targata Raimi, inizia la saga con al timone il regista Webb e il risultato è una pellicola che si discosta volontariamente dalla prima versione patinata e ludica e ridisegna in modo inconfondibile i canoni caratteristici di Peter Parker. Difatti il supereroe “arrampica-muri” non è più un nerd estremizzato, esteticamente inconsistente e pateticamente impacciato, ma un cervellone anticonformista, skateboard sotto il braccio, lingua tagliente e sguardo sbarazzino. E non sono solo questi gli stilemi che Webb modifica (necessariamente per poterlo rendere attuale, più verosimile e meno una figura distante, figlia principalmente di un immaginario adolescenziale) perché lavora anche sulla sua dimensione amorosa, rendendolo maggiormente l’oggetto del desiderio, piuttosto che l’inseguitore della donna tanto agognata. E qui avviene la modifica più sostanziale: l’amore non è più rappresentato dalla storica fidanzatina di Parker, Mary-Jane Watson, ma dalla giovane Gwen Stacy, bionda, avvenente, ma sicuramente meno socialmente integrata all’interno della scuola rispetto a Mary-Jane. Infatti Gwen si può definire complementare a Parker e meno interessata ai fusti sportivi e, dal punto di vista cinematografico, geneticamente avvezzi al bullismo. È lei l’anello di congiunzione e lo strumento funzionale allo sviluppo della vicenda: brillante stagista del dottor Curt Connors e figlia del capo della polizia Stacy, principale detrattore delle mirabolanti gesta di Spiderman. Quindi ricapitolando: niente John Jonah Jameson (la pecca più evidente) e neppure Mary-Jane, ma la comparsa del villain Connors, di Gwen e del padre stranamente ricollegano la pellicola alla precedente trilogia, soprattutto al terzo capitolo. Certamente sono delineati in modo diverso (la protagonista femminile era stata disegnata da Raimi in modo superficiale, una figura svampita e secondaria, così come il padre, impotente osservatore esterno), eppure sembra che Webb voglia mantenere una sorta di involontaria (?) continuità con il suo predecessore.

Pur non aspettandosi una vicenda diversa (Peter Parker è al liceo, viene punto da un ragno geneticamente modificato, cambia radicalmente il suo atteggiamento nei confronti degli zii, lo zio Ben viene ucciso e lui diviene il leggendario Spiderman), la pellicola è avvincente e il merito va sicuramente allo stile registico di Webb, teso a soddisfare l’interesse dello spettatore per la psicologia di Parker e del suo antagonista Connors. Nuovamente sono la diversità e la spasmodica ricerca di divenire nuovamente normale i temi al centro della storia e prendono corpo grazie al personaggio di Connors, scienziato disabile a cui manca un braccio. E Webb riesce a rendere verosimile su pellicola questo problema in modo convincente, riuscendo, inoltre, a mantenere sullo sfondo un velato, ma mai forzato, umorismo romantico, che aveva fortemente caratterizzato il suo esordio al cinema (500) giorni insieme ((500) Days of Summer, 2009). Quindi per il regista statunitense nuovamente una coppia da analizzare, contraddistinta da uno sferzante humour, ma anche un supereroe difficile da affrontare, un personaggio che ha fatto della simpatia e della dimensione ludica in cui è immerso il suo marchio di fabbrica. E l’impresa di rivoluzionare (in parte) questa idea è decisamente ardua, soprattutto a causa della breve distanza tra l’uscita del primo film di Raimi (2002) e la sua opera. Sicuramente grande merito va a un cast stellare, nel quale i giovani Garfield ed Emma Stone (calati a pieno nella parte) si sommano all’apporto recitativo dei veterani Martin Sheen, Rhys Ifans e Sally Field.

In conclusione The Amazing Spider-Man (2012) convince pienamente nella sua nuova concezione metropolitana, nella quale le riprese (seppur ripetitivamente action) si fanno ardite e particolarmente enfatiche e la caratterizzazione dei personaggi principali si fa attuale e più vicina allo spettatore, principalmente quello liceale. Si attendono con trepidazione i prossimi due episodi e si chiede a Webb di rivalutare con fermezza la figura di Venom (mal sfruttato da Raimi), probabilmente il villain creato dalla Marvel più carico di forza espressiva e adrenalinica empatia; il perfetto alter-ego di Spiderman. Attenzione a Stan Lee: il suo cameo produrrà “sonore” risate.

Uscita al cinema: 4 luglio 2012

Voto: ***1/2

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