Viaggio in paradiso di Adrian Grunberg: la recensione

La vacanza che non aveva sognato

Dimenticate il depresso Gibson di Mr. Beaver; in Viaggio in Paradiso torna l’uomo d’azione, senza identità e passato.

In fuga dalla polizia di frontiera e con un corpo sanguinante sul sedile posteriore, un rapinatore capovolge la sua auto e oltrepassa il confine. La polizia messicana, inizialmente restia a occuparsi del caso, adocchiate due valigie gonfie di denaro, trasporta il prigioniero nell’infernale prigione di El Pueblito. Dopo iniziali difficoltà di adattamento, il gringo riesce a sopravvivere grazie all’aiuto di un ragazzo di 10 anni, che lo prende per mano e gli fa capire che il luogo è comandato da un pericoloso criminale di nome Javi.

Viaggio in Paradiso è dichiaratamente un b-moviedi buona fattura. Gibson-centrica, la pellicola diretta da Grunberg – assistente alla regia di Apocalypto – fa propri diversi stilemi della cinematografia denominata minore (ma non qualitativamente), compresa un’ostentata violenza e un’ironia pulp che palpita nelle sequenze più significative. Nonostante tutto la ruvida e cruda realtà messa in scena nell’atipica prigione messicana di El Pueblito non oltrepassa mai i limiti convenzionali del genere e permette un coinvolgente susseguirsi di situazioni surreali. Mel Gibson diverte e si muove abilmente tra ralenti e scene che ricordano i duelli al sole dei più acclamati western. Grande aiuto alla completezza della pellicola viene dato dall’assolata e polverosa fotografia di Benoit Debie e da uno script accattivante, su cui mette pesantemente mano l’attore statunitense. Difatti Gibson non solo presta voce fuori campo, corpo e volto alle sequenze d’azione, ma anche soldi e innovazione narrativa. Compiuto comprimario è il giovane Kevin Hernandez, ragazzino speciale perché “nuovo fegato” del pericoloso criminale Javi. Naturalmente la pellicola scivola via in modo prevedibile, ma il continuo riproporsi di stilemi riconoscibili del genere hard boiled e un ritmo che costantemente tiene alta l’attenzione dello spettatore in sala permettono a Viaggio in Paradiso di essere un film godibile.

Se l’impostazione narrativa è evidentemente scontata, nella pellicola di Grunberg quello che salta agli occhi sono i dettagli. Difatti il personaggio interpretato da Mel Gibson inizialmente indossa una maschera da clown (figura piacevole per i bambini, ma che con il passare degli anni ha assunto una terrificante trasfigurazione) e racconta di come sia brutto vedere un clown triste e di come sia ugualmente impensabile essere un perdente, etichetta che cercherà di staccarsi di dosso per l’intera durata del film. Ma non solo perché senza passato e senza identità, Gibson ha stampato in fronte un’altro marchio: quello del gringo, lo straniero, che assume un’accezione ancora più marcata nel momento in cui mostra il tatuaggio militare che campeggia sul suo braccio (unico elemento conosciuto del passato del rapinatore). Tutto viene mantenuto in sospeso: la vera identità di Gibson, il motivo della rapina e il perché il derubato Frank sembra un uomo così pericoloso. Ma probabilmente non importa, neppure al regista, perché queste mancate risposte non sono il filo conduttore del film e Grunberg è abile a sovrapporre così tanta azione trascinante da non permettere allo spettatore di potersi fermare a pensare.

Viaggio in Paradiso è ritmato, ironico e surreale; sono proprio questi tre aggettivi che lo definiscono meglio e Gibson, evitando facili cliché e stereotipie, ci sta a pennello. Possiede carisma, violenza e follia; la summa dei suoi personaggi è fatta e la pellicola la esalta in una multi linguistica e appassionante vacanza estiva.

Uscita al cinema: 1 giugno 2012

Voto: ***

Leggi la recensione anche su Persinsala.it

http://www.persinsala.it/web/anteprima/recensione-viaggio-in-paradiso-1362.html

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