Dark Shadows di Tim Burton: la recensione

I mostri sono tornati

Gotico, dark e grottesco. Dark Shadows (2011) si fa apprezzare più di Alice in Wonderland (2010), eppure la vicenda fatica a decollare.

Nella metà del XVIII secolo la famiglia Collins lascia la natia Inghilterra per stabilirsi in Maine, dove avvia una fruttuosa industria ittica. Anni dopo, Barnabas Collins è un affascinante giovane che si innamora perdutamente della dolce Josette, spezzando il cuore di Angelique, che lo aveva servito e adorato. Assetata di vendetta tramuta Barnabas in un vampiro e lo imprigiona per 200 anni. Risvegliatosi nel 1972 Barnabas scopre che la sua famiglia è in rovina e che la città vive nel mito di Angie, sua vecchia conoscenza.

Riadattamento di una serie televisiva nata dalla mente di Dan Curtis, Dark Shadows ostenta il chiaro tocco burtoniano, che gli è valso numerosi successi e conseguenti fan. Difatti Burton delinea in modo preciso e senza sbavature una famiglia strana, colma di personaggi strampalati, che per ragioni diverse (la natura vampiresca, il vizio per l’alcool e la capacità di vedere i fantasmi) vengono riconosciuti ed etichettati immediatamente. Non si nota nella pellicola il tentativo di distogliere lo sguardo da queste stranezze; infatti lo spettatore accetta senza remore l’universo freak che Burton gli costruisce davanti. Eppure qualcosa non funziona. La vicenda dimostra di essere troppo semplice e poco articolata, denotando, in modo evidente, eccessivi tempi morti; una storia che si evolve innaturalmente e che lascia troppe domande prive di risposta. Difatti non si riconosce chiaramente il cuore pulsante del film, che rimane in sospeso tra due situazioni opposte, ma similari, che non rendono realmente compiuto Dark Shadows. Su cosa vuole concentrarsi Burton? Sulla love story tra Barnabas e la mortale Vicky o sull’ossessione amorosa della strega Angelique? E a questa domanda corrisponde una sola risposta, apparentemente non inerente, ma probabilmente la più calzante di tutte: l’istrionismo di Johnny Depp. Dopotutto Burton-Depp è sempre stata un accoppiata vincente e non si può non lodare l’interpretazione dell’attore statunitense anche in quest’opera. Eppure si nota un’eccessiva esibizione della sua figura, delle sue capacità recitative: il regista concentra le sue forze sul suo personaggio e sul suo talento,  rendendo estremamente verosimile anche qualcosa che dimostra una profonda surrealità. Dopotutto è lui il fulcro della pellicola perché Helena Bonham Carter e Michelle Pfeiffer divengono delle belle comparse, quasi relegate a puri portafortuna della sua cinematografia, Chloe Grace Moretz dimostra di essere versatile al punto giusto, ma la attendiamo a prove più corpose ed Eva Green non riesce in nessun modo a sostenere il gioco a due con il vampiro Depp, soccombendo sotto numerosi colpi di tagliente ironia.

Nonostante tutto, l’apparato stilistico e quello visivo sono ancora una volta lodevoli e permettono a Burton di proseguire nel suo percorso gotico postmoderno. Apparato scenografico e fotografia combaciano perfettamente con la cinematografia burtoniana e anche gli aspetti peculiari della costruzione narrativa rimandano ad alcune opere precedenti: lo sferzante grottesco humour, immerso in un’ambientazione dark al punto giusto, rammenta Il mistero di Sleepy Hollow (Sleepy Hollow, 1999), la non accettazione da parte della popolazione del mostro nel momento in cui viene riconosciuto ripercorre Edward mani di forbice (Edward Scissorhands, 1990) e la figura di Vicky ricorda l’animata sposa cadavere. Eppure tutto questo è sfiorato e contenuto in un calderone di tensione velatamente horror, che fa sorridere nelle sequenze in cui Barnabas si scontra inevitabilmente con la cultura del 1972. Rievocazione di classici del cinema burtoniano, ma non solo, Dark Shadows è colmo di citazioni, delle quali la più evidente è la rievocazione, in sembianze più imbranate e meno spietate, di Nosferatu.

Esteticamente ricchissimo, Dark Shadows purtroppo convince a metà e diviene summa (non dichiarata) della filmografia di Burton. E il problema probabilmente sta proprio qui: perché dopo aver raccontato con notevole maestria stilistica e narrativa favole dark  e deliri di onnipotenza sanguinaria, il regista sembra giunto a un punto morto, a un crocevia nel quale il suo touch può entrare di diritto convenzionalmente nel circuito commerciale oppure oltrepassare se stesso e reinventarsi completamente.

Uscita al cinema: 11 maggio 2012

Voto: **1/2

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