Gli infedeli di autori vari: la recensione

Mostruosamente infedeli

Sei episodi per redigere un trattato sull’infedeltà maschile.

Dongiovanni, seduttori, sciupa femmine simpatici, fedifraghi redenti e mancati. Queste sono le stereotipate figure di cui si compone Gli infedeli, pellicola scritta a quattro mani da Jean Dujardin e Gilles Lellouche.

Progetto ambizioso che vive dell’apporto stilistico di sei regie, Gli infedeli prova a scandagliare gli istinti e le motivazioni di continue e reiterate infedeltà verso il sesso opposto. Pensato e ideato come un unico film, la pellicola in realtà assume una forma indefinita a causa dei nove episodi completamente slegati tra loro (tre dei quali sono sketch brevissimi). In realtà il Prologo – diretto da Fred Cavayé – e Las Vegas – diretto da Jean Dujardin e Gilles Lellouche – sfoggiano gli stessi protagonisti e, posti all’inizio e alla fine dell’opera, chiudono idealmente un cerchio. Questi due segmenti di pellicola fissano il fulcro del tema; successivamente viene spolpato in diverse declinazioni, mantenendo sempre, di fronte a uno sfondo irriverente, uomini deboli, sfuggenti e vigliacchi. L’interesse di fondo dei due attori-sceneggiatori è quello di trattare con umorismo e leggerezza qualsiasi situazione che affrontano e che ridicolmente mettono in scena. Difatti l’ostentazione prolungata di una sessualità effimera sfocia spesso in qualcosa di parodistico, soprattutto le tre “pillole” di presentazione dirette da Alexandre Courtès. Esse sono funzionali per l’ideazione dell’episodio Gli infedeli anonimi, la summa della pellicola, una sorta di terapia di gruppo nella quale si osserva un punto di vista differente, incarnato dal personaggio femminile di Marie-Christine (Sandrine Kimberlain). Eppure neanche questo spezzone riesce a raggiungere appieno il suo obiettivo, esibendo un velato umorismo e una conclusione deprimente e di facile lettura.

Sicuramente Gli infedeli è un progetto temerario, che guarda al cinema italiano di costume e a episodi di Dino Risi (la struttura de I mostri è l’ispirazione più evidente), ma non riesce a raggiungere la sua irriverente libertà. La pellicola palesa una mancanza di ritmo causata dall’alternanza dietro la macchina da presa di registi come Jean Dujardin, Gilles Lellouche, Emmanuelle Bercot, Fred Cavayé, Alexandre Courtés, Michel Hazanavicius, Eric Lartigau, che si devono adeguare alla sceneggiatura stilata esclusivamente dai primi due. Nove brevissimi film (di una durata massima di venticinque minuti), che non riescono adeguatamente ad analizzare il tema, mettendo alla berlina numerose falle strutturali. Gli infedeli si rivela una pellicola esile e ridondante e si trascina stancamente verso una conclusione anticonvenzionale, che però non appaga e si rivela parecchio fuori luogo. Infatti se l’intento delle “pillole” di Courtès è dichiarato e volutamente provocatorio (rasentando la barzelletta sconcia), l’episodio Las Vegas appare poco ispirato e risulta essere il peggiore di tutti. Ma volendo passare in rassegna tutte le parti si può associare un aggettivo stilistico ad ognuna di esse: Prologo è retorica, La domanda è claustrofobica, La coscienza pulita è scolastica e Lolita è banale. Il risultato è un film che non gira e si aggrappa pericolosamente al camaleontismo narcisistico del duo Dujardin-Lellouche.

Gli infedeli, scorretto e insolente,ricorre alla vecchia costruzione a episodi e cerca di realizzare qualcosa di innovativo, ma, lasciandosi travolgere da battute di, più o meno, basso livello, si ferma a un’analisi raffazzonata e superficiale. Il sesso maschile esce, da questa pellicola, parecchio martoriato e l’auto-ironia del duo transalpino non è sufficiente. Gli infedeli dimostra una mancanza narrativa di fondo che non può essere sostituita dagli espedienti comici, che rimpolpano, inadeguatamente, intere sequenze.

Uscita al cinema: 4 maggio 2012

Voto: *1/2

Leggi la recensione anche su Persinsala

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