Il primo uomo di Gianni Amelio: la recensione

«Ogni bambino contiene il germoglio dell’uomo che diventerà»

Camus trovò la morte in un incidente stradale il 4 gennaio del 1960. Tra i rottami dell’auto fu rinvenuto un manoscritto con correzioni e cancellature. Gianni Amelio l’ha trasformato in un film.

Lo scrittore Jean Cormery torna in Algeria, sua patria d’origine, per perorare la sua causa: musulmani e francesi possono convivere in un paese libero. Ma i moti rivoluzionari sono molto difficili da sopire, soprattutto negli anni ’50. Inoltre Cormery sfrutta l’occasione del suo viaggio per ritrovare la madre e le persone care, che hanno contraddistinto il suo cammino di vita.

Tratto dall’omonimo racconto pubblicato postumo dalla figlia Catherine, Il primo uomo è un film che si fa strumento indagatore dell’infanzia, della formazione e del pensiero politico dello scrittore-filosofo-drammaturgo Albert Camus. Amelio accetta la sfida di tradurre in immagini un lavoro autobiografico e il risultato è un ottimo film, nel quale traspare la mano del regista, che indugia su silenzi fortemente espressivi attraverso un ritmo lento e riflessivo e una serie di primi piani estremamente funzionali. Ma la pellicola non si compone unicamente di questo perché il romanzo incompiuto di Camus ripercorre il suo passato doloroso di bambino, contraddistinto da un’estrema povertà, dalla privazione della figura del padre (morto nella Grande Guerra) e di un ostentato controllo educativo di una nonna dispotica e arcigna. Ma l’infanzia non si traduce esclusivamente in dolore e difficoltà, perché il giovane Jean prende decisioni importanti: sceglie di continuare a studiare nonostante le difficoltà economiche e trova nel maestro Bernard un modello sano e retto. Tutto questo è raccontato in flashback, che non risultano frammentati all’interno di una costruzione narrativa lineare, ma divengono delle vere e proprie digressioni, introdotte – quasi sempre – dagli sguardi in favore di macchina di Jean.

La pellicola di Amelio non cerca di farsi attuale, ma guarda al passato per riflettersi su un presente filmico, necessario per conoscere meglio l’autore francese. E sicuramente viene in aiuto all’opera l’ottima interpretazione di Jacques Gamblin, sguardo malinconico e pieno di incertezze; lodevole è anche la caratterizzazione del giovane Nino Jouglet (Cormery da bambino), che imprime al personaggio una visione incantata della propria vita mixata sapientemente con espressioni mature, che palesano un doloroso senso di incompiutezza e di smarrimento causato dalla precoce perdita del padre. Inoltre è fondamentale l’apporto recitativo di Maya Sansa e Catherine Sola, che contraddistinguono compiutamente la figura della madre, dolce appiglio esistenziale.

Il primo uomo è una pellicola, che componendosi di una fotografia luminosa e significativa di Luca Bigazzi, si fa introspettiva e potente. Lo stile asciutto ed elegante di Amelio restituisce con autentica verosimiglianza le pagine dell’incompiuto di Camus, l’intervento di un grande scrittore sulla tragedia del proprio paese. Inoltre il regista riconsegna il pensiero politico di Camus in modo distaccato e sgombra il campo da ogni sospetto di una sua reticenza e ambiguità riguardo la guerra di liberazione algerina. Il primo uomo, proprio perché incompiuto e ricostruito, era una sfida difficile da portare a termine e Amelio la traduce su pellicola con estrema professionalità e rigore stilistico. Un esempio di cinema: espressivo e genuino.

Uscita al cinema: 20 aprile 2012

Voto: ***

Leggi la recensione anche su Persinsala

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