Diaz – Don’t Clean Up this Blood di Daniele Vicari: la recensione

Mozzare il fiato con una manganellata

L’impegno civile si intreccia con una feroce aggressività visiva. Un massacro che non vorremmo ricordare.

La polizia assalta, la notte del 21 luglio 2001, la scuola Diaz di Genova, nella quale, presumibilmente, si nascondono militanti del Black Block. Vicari narra la vergognosa rappresaglia, intessendo i fili di numerose storie, i cui destini si incroceranno in quella sanguinosa notte.

La pellicola si apre con i cocci rotti di una bottiglia. Si rompe, torna indietro nelle mani (in)abili di un giovane assalitore e si ricompone. Questo oggetto è l’espediente che utilizza Vicari per raggruppare le storie. Difatti il regista non si limita a entrare con la sua macchina da presa nelle classi (private dei banchi e riempite, fino a scoppiare, di sacchi a pelo) della Diaz, ma torna indietro, presenta i personaggi e mostra immediatamente, come se fosse un monito, la devastazione causata dai Black Block. L’ambientazione da guerriglia – macchine rovesciate e distrutte con le molotov, lanci di oggetti e fughe a perdifiato – non fanno dimenticare che Genova è stato il teatro di una battaglia urbana, che si è consumata sull’asfalto. Vicari ci tiene a ricordarlo per poi alzare il tiro, passare a un livello più elevato e grave allo stesso modo, se non di più. Perché si assiste a una vera e propria sospensione dei diritti civili e democratici, una vendetta umana perpetrata in modo barbaro. Ed è proprio all’interno dei corridoi della scuola che lo stile registico abbandona la fermezza della narrazione lineare per farsi convulso, rivelando un velato intento documentaristico, perché la cinepresa indugia sui corpi martoriati, sulle torture perpetrate dagli uomini in divisa, senza un apparente motivo.

Vicari equilibrando botte, sangue e decisioni avventate, mixate in un calderone di brutalità, colpevolizza e punta il dito contro lo Stato, invisibile manovratore di fili, che converge quattrocento unità su un luogo in cui si sono rifugiati per dormire anziani, donne, pacifisti e giornalisti. L’urlo incontrollato “polizia, polizia” riecheggia nelle orecchie degli spettatori e si mischia alle grida di dolore, ai rumori sordi dei manganelli sui visi dei malcapitati alloggiati. Ma non tutto avviene all’interno del “manufatto” (così viene definita la Diaz), perché fuori Marco, ragazzo impegnato socialmente nella ricerca di dispersi all’interno del G8, assiste impotente alla mattanza. Importantissimo all’interno di questo film è il cast, che non prevede protagonisti (anche se saltano agli occhi Germano, Santamaria, Scarpa e Roja) e che è composto da una serie interminabile di schegge impazzite, cocci di quella bottiglia che si frantuma in mille pezzi a inizio film. Nonostante tutto le microstorie, necessarie per comporre una pellicola compiuta, esistono: Germano è il giornalista della Gazzetta di Bologna (quotidiano di Destra), che partecipa al G8 come privato cittadino, Scarpa è un anziano ex-CGIL, che partecipa ai cortei pacifisti, mentre Santamaria e Roja sono due celerini diversissimi tra loro, non solo a causa del grado. Non si può però non spendere una parola di elogio per la prova recitativa di Jennifer Ulrich, giovane ragazza tedesca a cui viene “poggiata sulla spalla” la macchina da presa di Vicari; malmenata e condotta alla caserma-carcere di Bolzaneto, sarà torturata fisicamente e psicologicamente, in un turbinio di emozioni e disgusto. Infatti la vergognosa rappresaglia non si ferma alla Diaz e Vicari non perde l’occasione per sottolinearlo con forza ed è proprio alla caserma che si consumano e si fanno spazio gli stereotipi e i pregiudizi sui giovani che hanno alloggiato alla Diaz. I poliziotti sputano e insultano con epiteti (che non sempre collimano con la realtà) gli arrestati ed è estremamente significativa la sequenza in cui un “tutore della legge” strappa con forza dalla folta capigliatura di un ragazzo un dreadlock: un simbolo anti-capitalista, comunista e insurrezionalista, che tanto disgusta gli ufficiali statali.

La costruzione a incastro funziona in modo perfetto: Vicari fa esplodere nel mezzo del film l’assalto alla scuola, ma tutto il meccanismo narrativo risulta funzionale per caricare ogni sequenza di enfatica ed emozionante aggressione visiva. Tutte le scene, che si sommano, producono un’escalation di brutale empatia, un’immersione totale nell’ambientazione ricostruita a tavolino e nella pellicola stessa. Vicari permette allo spettatore di entrare fisicamente nella Diaz e di far scivolare inevitabilmente qualche lacrima a opera conclusa.

Tecnicamente un gioiello, in cui i primi piani enfatizzano la bestialità, Diaz – Don’t Clean Up this Blood è una pellicola di denuncia sociale e permette a Vicari di raggiungere una maturità stilistica e narrativa abbagliante. L’opera spezza il fiato, fa riflettere ed è un tripudio per gli occhi che, avidi di violenza, si socchiudono di fronte all’insensata prepotenza (che si fa spazio tra le sequenze), ma non distolgono mai lo sguardo. Si assiste a qualcosa di sconvolgente e i cartelli finali sottolineano la verosimiglianza e la voglia di essere legati a doppio filo alla realtà dei fatti. Difatti la sceneggiatura rovista nelle testimonianze scritte, negli atti processuali e nei video girati in presa diretta. Niente rimane intentato, tutto di quella notte viene mostrato e pesato, una notte che si preferirebbe non ricordare; tuttavia è storia ed esiste incontrovertibilmente. In conclusione si attesta che nessuno è stato condannato per gli avvenimenti, perché la prescrizione incombe, anzi gli scatti di carriera hanno permesso ad alcuni celerini di compiere un’arrampicata sociale costruita grazie ai corpi insanguinati, distesi nei corridoi della Diaz. Ma questa è un’altra storia, e forse è ancora più vergognosa.

Uscita al cinema: 13 aprile 2012

Voto: *****

Leggi la recensione anche su Persinsala

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7 pensieri su “Diaz – Don’t Clean Up this Blood di Daniele Vicari: la recensione

  1. Non sono completamente d’accordo. Il film non è perfetto tecnicamente. La prima parte è davvero zoppicante e confusa; alcune prove recitative sono al di sotto della sufficienza così come alcune caratterizzazioni (i cattivi hanno l’espressione da cattivi dei fumetti e fumano tutti); l’espediente della bottiglia infranta sull’asfalto è forzato e tecnicamente (digitalmente) mal realizzato. D. Vicari punta su un racconto emozionale, ma non rivela nessuna verità. Non si può narrare questa incresciosa e terribile vicenda senza descrivere le reali (e tutt’ora discusse) responsabilità dello Stato. Le sequenze all’interno della scuola Diaz e della caserma sono le migliori del film e colpiscono allo stomaco esattamente come le manganellate dei poliziotti.

    • perché confusa?? Sono d’accordo con te con la scena della bottiglia realizzata (digitalmente) male, però per il resto la narrazione è assolutamente comprensibile. Decide di mostrare un percorso…dei perchè (veri o presunti tali) dell’assalto e con questo espediente carica di effetto l’assalto alla scuola. Contento del tuo contradditorio…è per questo che servono i blog. Ciao.

      • Non confusa in senso narrativo, quanto proprio registico. Leggo sempre il tuo blog, ma finora non ho sentito l’esigenza di commentare visto che ero sempre in perfetta linea con le tue recensioni. Stavolta ho voluto aggiungere qualcosa di mio. Mi piace discutere di cinema! 🙂

  2. Pingback: Recensione: DIAZ | www.overnewsmagazine.com

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