I più di grandi di tutti di Carlo Virzì: la recensione

Ricordare il passato non fa sempre male

Rosignano Solvay come Liverpool, tra ricordi (in)gloriosi e un presente disgraziato.

Loris è sposato e ha un figlio, Mao fa il barista, Sabrina vive un’esistenza agiata con l’agente immobiliare Armando e Rino fa l’operaio presso gli stabilimenti Genchem. Quindici anni fa erano I Pluto, band rock anticonvenzionale, scioltasi per dissapori interni. Finché un giorno un appassionato giornalista tetraplegico, Ludovico Reviglio, manda un’e-mail a Loris, proponendogli un’intervista-documentario da cui ricavare anche qualche soldo. Pur riluttante, Loris si mette sulle tracce degli altri componenti.

Diretto da Carlo Virzì, fratello del più famoso Paolo, giunto alla sua seconda regia, I più grandi di tutti è una commedia rock, che si fa strumento indagatore di un passato colmo soltanto di delusioni e rimorsi. Ma non solo: il tempo che fu, i vent’anni scivolati via in sballo e divertimento si riflettono su un presente da disperati, senza futuri assicurati. Intrigante è lo sguardo disincantato di Alessandro Roja, confrontato con il museo dei ricordi di Ludovico, lo strano giornalista-ammiratore che conosce la vita dei quattro componenti della band in modo talmente viscerale da paragonarli quasi ai Rolling Stones. Loris, Mao, Sabrina e Rino si sentivano nessuno e non cambiano le loro convinzioni, ma Ludovico si rivela (da subito) un ricatto vivente e morale. Difatti pur restii a ricomporre un passato, che ha lasciato solo strascichi negativi (non si può non notare che riemergono, insieme alle biografie recitate rapidissimamente dal giovane giornalista, solo rancori, nessuna reminiscenza del loro passato apparentemente glorioso), i “toscanacci” si ritrovano davanti un esempio di ammirazione, che oltrepassa il divismo, un personaggio a cui difficilmente si può dir di no. Ed è proprio questo l ’ aspetto che emerge vividamente dalla pellicola: I più grandi di tutti si muove abilmente tra divismo costruito (il concerto è, nonostante tutto, una messinscena) e autentico (perché la scalcagnata band permette a Ludovico di rimanere aggrappato a un passato doloroso).

Con dei flashback misurati si ricompongono i pezzi di concerti, nei quali gli insulti erano più frequenti degli applausi, in cui le “goliardate” si facevano largo e lasciavano poco spazio ai riff. Dopotutto il tratto di famiglia è riconoscibile: la periferia toscana, la pungente ironia e l ’ ottima caratterizzazione dei personaggi, che si compongono di cliché e topoi simpatici, ma mai vincolanti. Dopotutto non si assiste a una stesura della sceneggiatura forzata, rimpolpata da buchi narrativi, ma a una scrittura lineare, asciutta e verosimile. Difatti Virzì esegue un’operazione narrativa interessante, che non si trascina ma che appassiona e si fa empatica. Perché il passato, pur essendo un’accozzaglia di errori, non fa così male se rievocato autenticamente e senza pretese. Inoltre è inevitabile ripensare, guardando questa pellicola, alla parabola personale del regista (front man del gruppo Snaropaz, autori di alcune colonne sonore del fratello), ma l’operazione non oltrepassa il limite e non cade nella facile retorica di una malinconica nostalgia. Ci si limita a ricordare in modo divertente, a farsi largo apertamente nei meandri della memoria, in una sequela di ricordi vacui e nascosti, neanche troppo abilmente, sotto la sabbia.

Dirigendo in modo compiuto un cast di ottimi interpreti (da cui emergono Roja, sguardo disincantato e lentezza di comprendonio, Cocci, nel solito ruolo dello sbandato, e Claudia Pandolfi, per l’occasione “rimasta in famiglia”, ribelle bassista poco incline alla vita agiata), Virzì realizza una pellicola piacevole, un racconto che fa sorridere, ma che fa anche profondamente riflettere.

Uscita al cinema: 4 aprile 2012

Voto: ***

Leggi la recensione anche su Persinsala

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