La furia dei titani di Jonathan Liebesman: la recensione

Epic Fail

Rumoroso e intriso di una spettacolarità catastrofica, La furia dei Titani conferma che la mitologia greca non è un affare statunitense.

Perseo, dopo aver sconfitto il Kraken e la Medusa, ha deciso di rinunciare alla sua divinità per vivere come un semplice pescatore con il figlio Elios. Gli Dei, indeboliti dalla mancanza di devozione degli uomini, cominciano, non solo a perdere la loro immortalità, ma anche il controllo dei Titani, imprigionati nel Monte Tartaro. Ares, figlio di Zeus, complotta con Ade per catturare il padre e liberare Chronos. Una volta rotta la vecchia alleanza, sulla Terra si scatena l’inferno e Perseo non può non tornare a combattere.

Secondo episodio dedicato alla figura di Perseo, La furia dei Titani, diretto da Liebesman, è una pellicola, che, nuovamente, affronta la mitologia greca, ma con uno spirito fedele al catastrofismo americano. Zeppo di frasi a effetto, enfatizzate a dovere, il film si costruisce sull’efficacia degli effetti speciali e su un 3D posticcio, che non si esalta neanche nelle sequenze di battaglia. L’azione è al centro, mentre l’affascinante leggenda si fa da parte, dimostrando ancora una volta che ci si affida a un modello statunitense preconfezionato, che non potendo far esplodere macchine in lunghi inseguimenti, distrugge villaggi a non finire e sciorina chimere in lungo e in largo. Si punta tutto sull’esuberanza fisica di Sam Worthington, eroe che ostenta umanità e fedeltà, ma non un’interpretazione sufficientemente compiuta. Ma Perseo non è l’unico semidio di La furia dei Titani; al suo fianco viene posta la macchietta Agenore, figlio di Poseidone, che strizza frequentemente l’occhio all’istrionico Jack Sparrow. Navigatore, ladro e decisamente impacciato, Agenore dovrebbe (e il condizionale è d’obbligo) essere la linea comica del film; peccato che il suo apporto recitativo è pressoché nullo. Il viaggio verso gli inferi si fa lastricato di difficoltà e ovviamente in tutta questa Odissea di Perseo non poteva mancare una donna. E allora ecco comparire Andromeda, regina di Grecia (purtroppo gli americani non hanno ancora compreso che a quei tempi esistevano le città-stato e non gli stati), bionda guerriera, che si schiera al fianco di Perseo fino all’edificante bacio. Naturalmente è impossibile dimenticare Ares, Dio della guerra e iracondo fratello di Perseo, che vive un evidente complesso d’inferiorità nei confronti del padre e del fratellastro ed è pronto a tutto pur di liberare Chronos e comandare l’Olimpo. Probabilmente l’unico personaggio interpretato in modo convincente è Efesto – bizzarro Dio caduto –, ma è evidente che dietro la folta barba è presente un ottimo caratterista come Bill Nighy. Tutto questo si compone su una sceneggiatura esile, che punta su una spettacolarità effimera e poco coinvolgente.

Osservando meglio la pellicola diretta da Liebesman, si notano con insistenza i numerosi colpi a effetto di facile lettura e gli strafalcioni  storici che tendono a ripetersi all’infinito, tutti figli del tentativo di mantenere alto il livello di adrenalina. Ad esempio il labirinto – in questo caso degli inferi – riporta subito alla mente il Minotauro ed ecco che puntualmente appare in una lotta all’ultimo sangue con Perseo.

L’intreccio di La furia dei Titani non convince e non appaga neppure gli occhi. Liebesman si limita a far baccano, a giustapporre effetti a ripetizione, mostri coperti di fuoco e cavalli alati, senza però costruirci intorno un apparato compiuto e che si componga di un incastro narrativo funzionante. Nella pellicola si fatica a respirare lo spirito autentico della mitologia, non esclusivamente composta da battaglie e mostri apocalittici, ma dotata di un significato profondo legato a doppio filo con la spiritualità divina. Purtroppo, facendo confusioni storiche e puntando unicamente sul facile effetto, le pellicole, che si imbattono in un argomento così complicato e sfaccettato, rischiano di correre inesorabilmente su un terreno scivoloso.

Uscita al cinema: 30 marzo 2012

Voto: *

Leggi la recensione anche su Persinsala

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