Marigold Hotel di John Madden: la recensione

60 anni e non sentirli

Un cast eccellente per un film permeato da un’impostazione classica e retorica.

Evelyn è una vedova in cerca d’indipendenza, Graham è un giudice della corte suprema alla ricerca del proprio passato, Muriel è una casalinga scontrosa con difficoltà a camminare, Douglas è un bonario ex-funzionario governativo oppresso da una moglie costantemente insoddisfatta, Madge è una pluridivorziata alla ricerca di un nuovo amore e Norman è un single impenitente che si sente giovane dentro. Sette personaggi over sessanta che intraprendono un viaggio in India per la stessa destinazione: il Marigold Hotel del giovane impacciato Sonny.

Madden torna dietro la macchina da presa dopo aver diretto Il debito e si lascia andare a una senile commedia romantica, punteggiata dai colori caldi e dall’accoglienza indiana dello stato del Rajasthan. Contraddistinto da un cast all britishMarigold Hotel è un film convenzionale, che non eccelle in novità e rimane aggrappato al preconfezionato genere inglese. Sicuramente vengono in aiuto a una vicenda, che apre con un incipit parecchio didascalico e prosegue con un andamento lento, le interpretazioni eccellenti di “mostri sacri” della cinematografia britannica. Con qualche capello bianco e qualche ruga in più sul viso, Judi Dench, anziana vedova dipendente dal marito e dai suoi debiti, e Tom Wilkinson, giudice omosessuale della corte suprema alla ricerca di un passato che gli è scivolato dalle mani, permettono (grazie alle loro recitazioni misurate, composte e sottilmente ironiche) alla pellicola di avere una marcia in più. Ma non sono solo loro a offrire un apporto importante a Marigold Hotel: Bill Nighy (docile e affabile) si conferma comico solo muovendo le sopracciglia, Maggie Smith (domestica bisbetica) rivela di avere un animo gentile, Celia Imrie (in perenne ricerca di una dote) è forse il personaggio che rimane più ai margini, mentre Ronald Pickup è l’autentica e genuina linea comica della pellicola. Probabilmente il carattere meno coinvolgente è la moglie di Douglas, impersonata da Penelope Wilton, personaggio negativo e refrattario all’esotico habitat.

Marigold Hotel però non pecca nella caratterizzazione dei personaggi e nella scelta degli attori, ma nell’impostazione classica del melodramma mascherato da commedia. L’ottima fotografia, che indugia sui tuk tuk indiani, sulle strade polverose e sui mercatini degli esotici viottoli, si compone di colori caldi e accomodanti, ma dopo aver varcato l’uscio un numero limitato di volte, si concentra pedissequamente sugli interni del decadente Marigold Hotel. Inoltre la sceneggiatura dimostra di avere numerose frecce al proprio arco, ma di non saperle sfruttare al meglio. Difatti nonostante la pellicola sia piacevole visivamente e metta in mostra un cast eccellente, si perde nei meandri di una scrittura che vive momenti narrativi poco funzionali. Probabilmente il film trova più interesse a dedicare a ogni attore il proprio necessario spazio affinché lo spettatore possa imparare a conoscerlo. Purtroppo mano a mano che il film volge al termine, palesando un ritmo frenetico (che poco si sposa con l’andamento precedente dell’opera), l’impressione è quella di assistere a una lezione di retorica facilona e parecchio banale. Neppure lo sguardo di Madden (curioso, non invadente e luminoso, ma convenzionale) riesce a infondere a Marigold Hotel quello sprint in più, necessario a coronare le ottime prove recitative dell’intero cast.

Marigold Hotel, lasciando decisamente l’amaro in bocca, si prefigge come principale obiettivo quello di mostrare come sia possibile giungere a una (ri)scoperta di sé, allontanandosi dalla propria routine quotidiana, da una monotonia che tende a far invecchiare più velocemente del previsto. Non si assiste a l’amarcord di una giovinezza, che ormai non è più possibile riacquistare, ma a un recupero della consapevolezza di poter andare avanti e vivere gli ultimi giorni della propria esistenza con rinnovato entusiasmo.

Uscita al cinema: 30 marzo 2012

Voto: **

Leggi la recensione anche su Persinsala

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