La-bas di Guido Lombardi: la recensione

Benvenuto in Italia!

Leone d’oro del futuro all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, La-Bas cambia prospettiva e mostra una lezione di educazione criminale nel folto gruppo di immigrati africani di Castel Volturno.

Youssuf è un giovane artista africano, che è atterrato in Italia per guadagnare i soldi necessari per acquistare un costoso macchinario con cui produrre le sue statue. Aiutato da Germain, si accampa per qualche giorno in una villetta di Castel Volturno, detta la Casa delle Candele, e comincia a vendere fazzoletti al semaforo. Ma Youssuf è arrivato in Italia per farsi aiutare dallo zio Moses, che inizialmente lo fa lavorare in un autolavaggio di un padrone sfruttatore e successivamente lo coinvolge nel suo traffico di droga.

Opera prima del regista napoletano Guido Lombardi, La-Bas è un film che colpisce per una regia verosimile e una messinscena che fa presagire la tragedia grazie a un compiuto mantenimento della tensione. La macchina da presa segue Youssuf, lo pedina in tutti i sensi e lo ritrae sempre più invischiato in un giro di delinquenza, che non viene necessariamente giudicato. Si guarda dallo spioncino della serratura un’educazione criminale che si evolve in modo naturale, come se lo spaccio per i tanti immigrati della provincia napoletana – e le frasi che aprono la pellicola confermano i numeri altisonanti – sia l’unica via possibile per sopravvivere in Italia. Purtroppo è così. Guido Lombardi ci mostra due mondi: quello umile di una comunità nella quale si mangia tutti insieme e la mattina dopo si vendono fazzoletti ai semafori, e quello criminale in cui l’atteggiamento muta, diviene arrogante e, non avendo pistole, non si spara alle persone, ma si spezzano le gambe. Difatti non è un caso che Idris, “proprietario” della Casa delle Candele, alla domanda di Youssuf se esistono luoghi con africani ricchi, risponda «in carcere!». Chi ha i soldi o è rinchiuso oppure deve guardarsi sempre le spalle.

La-Bas non è un film sull’immigrazione, non è una lezione di retorica o un spot contro il razzismo; la pellicola di Lombardi si fa sguardo di un problema che esiste e che si sta sempre di più espandendo a macchia d’olio. Le lingue si accavallano – inglese, francese e dialetto napoletano – e difficilmente si sente parlare un africano in italiano. Imparano prima il dialetto. Infatti nessuna ambientazione poteva essere più corretta di Castel Volturno: degradante, deserta, ma soprattutto gonfia di criminalità organizzata. E poi in conclusione di pellicola si scopre che la scelta della location non è casuale, perché viene svelato che ci si ispira a fatti realmente accaduti, ma Lombardi non ne abusa, li relega a fine pellicola. Tutto si ispira e finisce in quel settembre 2008, quando il clan dei Casalesi uccise sei immigrati in una sartoria della zona, un atto deliberato di violenza razziale e di monito sul controllo dei traffici illegali. E la scelta di Lombardi di non approfittare eccessivamente di questo avvenimento non poteva essere più azzeccata, costruendoci intorno una storia, la vicenda di Youssuf, che arriva, sta bene in Italia – soldi, vestiti – ma poi vuole ripartire. Perché la camorra impaurisce, punta la pistola alla testa e ha il grilletto facile.

Anche se l’analisi può essere similare, non confondiamo La-Bas con Gomorra. Lombardi utilizza una visione meno intima, ma indiscutibilmente reale. E la verosimiglianza per un progetto di questo tipo è fondamentale. Difatti il regista partenopeo affida la riuscita del film a un cast di non professionisti – a esclusione di Esther Elisha, la prostituta Suad – che restituiscono con eccezionale particolarità le inquietudini e l’inadeguatezza. Una cruda realtà che si insinua in una società sempre più multiculturale e sfocia in una criminalità organizzata che si crede libera e protetta, ma che in realtà non lo è. Maltrattati e bistrattati, gli immigrati creano un microcosmo nel quale il rispetto e i soldi possono tutto, per poi ritrovarsi stesi in terra con chili di piombo nel corpo.

Nonostante tutti gli elogi, Lombardi, in conclusione di film, avvolge il corpo di un Youssuf in fuga nella bandiera del Senegal; un gesto retorico che gli perdoniamo volentieri. Dopotutto La-Bas è un ottimo film, che allo stesso momento è lezione di stile registico e strumento indagatore della società nella quale viviamo tutti i giorni.

Uscita al cinema: 9 marzo 2012

Voto: ****

Leggi la recensione anche su Persinsala

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