In Time di Andrew Niccol: la recensione

Bonnie & Clyde del tempo

Pellicola semi-futuristica, che pecca nel momento in cui vuole riflettersi sulla presente situazione socio-economica.

In un futuro prossimo le persone possono raggiungere come massima età genetica i 25 anni. La loro esistenza è scandita da un orologio tatuato sul braccio; il tempo è la loro moneta e sono consapevoli della loro aspettativa di vita. Will è un ragazzo che vive nella periferia e come tutti i suoi simili stenta a campare, rischiando ogni giorno di terminare il proprio tempo a disposizione. Salvando la vita a un uomo ricco di anni, il protagonista si ritrova a disposizione un secolo e un corpo senza vita. Will decide di combattere l’ordine costituito; ad aiutarlo un’imprevedibile ereditiera, che decide di seguirlo e di “vivere” il proprio tempo.

Non si può realmente parlare di pellicola fantascientifica o futurista. In Time (2011) si pone su una diversa linea temporale nella quale, proprio come nella nostra, esistono i poveri che muoiono per strada e i ricchi blindati nelle loro case a spendere i loro anni tra agi e benefici. Niccol riprende in parte la struttura del suo esordio sul grande schermo, Gattaca (1997), nel quale gli uomini si dividevano in “validi” e “non validi”, in una rinnovata suddivisione di “mortali” e “immortali”. L’idea di base di In Time poteva sembrare innovativa e interessante; un nuovo modo di affrontare le differenze sociali e studiare un po’ più a fondo l’eterna lotta tra disagiati e benestanti. Eppure la sceneggiatura galleggia in un vuoto narrativo, contraddistinto da una perenne corsa contro il tempo. Difatti nella pellicola si trattano, in modo puramente didascalico, temi come l’umanità, la difficoltà di vivere con poco “denaro” a disposizione e la necessità del sacrificio del più debole per permettere al più forte di vivere in eterno; tuttavia di questa pellicola si ricordano principalmente le interminabili corse di Timberlake e Amanda Seyfried. Infatti è proprio l’andatura accelerata a tradire il protagonista, riconosciuto dalla polizia in una Time Zone, nella quale tutti hanno molto tempo a disposizione e nessuno (tranne lui) mostra di avere fretta. E questo, superficialmente, diviene il trait d’union di In Time.

Will, simbolo di una ribellione sempre più crescente, si fa portatore di quel sentimento di rivalsa, che Niccol vuole mettere in mostra in una cornice convenzionale e priva di orpelli e cliché fantascientifici. Il regista piega la propria pellicola a una dimensione attuale, a un’epoca moderna che vive di stenti e fatica a sopravvivere all’interno di una crisi economica sempre più imperante. Niccol prova a approfondire questo tema, ma non ci riesce fino in fondo. Difatti, spostando da metà pellicola la vicenda negli slumdog cittadini, si abbandona a una serie di stereotipi costruiti, che non permettono alla storia di essere veramente convincente. Inoltre, sciorinando discorsi strappalacrime sulle difficoltà di vita nella periferia, Will porta dalla sua parte la ricca ereditiera Sylvia, ribelle e disobbediente al punto giusto per perseguire “colpi” di natura delinquenziale e colpi ben assestati all’ordine costituito. I minuti passano e il film prima ostenta un Robin Hood del futuro, che ruba ai ricchi per donare a sé e ai poveri, successivamente mette in mostra una coppia gangster, degna di Bonnie e Clyde, in un finale sospeso, ma inconcludente.

Purtroppo Niccol non convince e se in sala gli spettatori cominciano a imitare le movenze degli attori sullo schermo (continuare a guardare l’orologio) non è un buon segno.

Uscita al cinema: 17 febbraio 2012

Voto: **

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