J. Edgar di Clint Eastwood: la recensione

Il passato si riflette sul presente

Eastwood si misura con l’uomo più importante degli Stati Uniti, J.Edgar Hoover. Fondatore dell’FBI per come lo conosciamo ora, è un uomo potente e temuto, ma anche molto chiacchierato per la sua presunta relazione omosessuale con il suo braccio destro Tolson.

Eastwood fornisce un lucido spaccato storico statunitense e narra la vita di Hoover (evitando iperboli stilistiche): racconta cinquant’anni nei quali ha catturato pericolosi criminali, ha perseguitato ideologie, ha combattuto la minaccia comunista e le pantere nere, ma soprattutto nei quali ha avuto il controllo del paese, grazie ai suoi misteriosi dossier.

Il regista cerca di catturare le dissonanze, le contraddizioni di un uomo che ha lavorato sporco, che ha accumulato montagne di ricatti, lo specchio della paura che imperversava negli Usa di allora e che contraddistingue l’epoca odierna. Eastwood guarda al passato per analizzare il presente: gli Stati Uniti non hanno imparato dal proprio trascorso, l’ossessione per difendere il paese da chiunque sia diverso, non importa se per religione, razza o sessualità, è l’aspetto che buca lo schermo di J.Edgar (2011) e che contraddistingue il suo protagonista. Inoltre Eastwood delinea Hoover in modo equilibrato: da una parte troviamo la figura istituzionale (nella quale moralità, lealtà e compostezza sono le caratteristiche primarie) e dall’altra il suo status di personaggio problematico, gonfio di insicurezze, legato morbosamente alla figura autoritaria della madre e che vive l’unico rapporto amichevole con una donna esclusivamente in modo  professionale.

Ritratto lucido che si riflette sulla situazione americana attuale, J.Edgar mostra il fianco, in modo eccessivamente evidente, alla relazione omosessuale tra DiCaprio e Hammer. Probabilmente la pellicola è condizionata dallo sceneggiatore Dustin Lance Black,  scrittore del film Milk (2008), e si ha la sensazione che da metà film in poi lo spettatore dimentichi la figura di Hoover e si concentri semplicemente sullo svelamento della sua “storia d’amore”. Lento e macchinoso, J.Edgar comunque esibisce una perfetta costruzione narrativa ad incastro, permeata da flashback che accompagnano la biografia dettata a un’agente da parte di Hoover. Questa è una versione della storia falsata, su cui il patriottico Eastwood pone il suo dito inquisitorio, diventando ipercritico e delineando il suo protagonista come una macchietta di se stesso, uno stakanovista della difesa, nel bene e nel male, un uomo che ha fatto la storia e che l’ha subita.

Potente e detentore di numerosi fascicoli scottanti sulle figure più autorevoli del paese, Hoover ha la possibilità di ricattare chi è già corrotto, ma si ritrova a lottare contro i mulini a vento nel momento in cui si oppone a personaggi che non hanno nulla da perdere, da nascondere. Eastwood ricrea una dimensione storica fedele (costumi e ambientazioni sono compiutamente accurati): DiCaprio, così impegnato a combattere i comunisti che si nascondono nei meandri della popolazione, ne è il simbolo più brillante. Eppure il film svela un’esponenziale ossessione anacronistica da parte di Hoover: cinquant’anni cambiano l’America, i nemici mutano, ma Hoover si rifiuta di piegarsi al nuovo corso, è negazionista e persegue battaglie invisibili.

Girato in chiaro-scuro, J.Edgar non coinvolge fino in fondo: mostra un DiCaprio straordinario, convincente da ventenne e da anziano, e probabilmente la sua bravura offusca il messaggio originario, moralmente e patriotticamente severo, di Eastwood.

Uscita al cinema: 4 gennaio 2012

Voto: **1/2

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