Sette opere di misericordia di Massimiliano e Gianluca De Serio: la recensione

Anime perdute e ritrovate

Un rapporto complesso che si evolve esponenzialmente, mantenendo sullo sfondo una periferia decadente, lo specchio di una società in crisi.

Luminita è una giovane clandestina che ha un piano per uscire dalla sua deprimente situazione. Cercando di portarlo a termine si imbatte in Antonio, un anziano profondamente misterioso e malato. L’incontro sarà duro e porterà a delle conseguenze inattese.

Opera prima dei fratelli De Serio, Sette opere di misericordia è un vero e proprio pugno nello stomaco. Prendendo come spunto le sette opere di misericordia corporale che un cristiano deve compiere nella sua vita, i registi torinesi costruiscono una vicenda a incastro, nella quale i corpi straziati, segnati dal corso del tempo e dal disagio sociale, vengono ostentati davanti alla macchina da presa e diventano funzionali per un’insperata possibilità di autentico contatto umano. Contraddistinto da cartelli, che elencano le opere senza suddividere la pellicola in sette capitoli e che commentano in modo drammaturgicamente ironico le azioni che vengono esibite, il film mostra il fianco alla riscoperta di un sentimento puro, che si instaura tra i due personaggi, figlio di una compassione reciproca. Unendo Antonio e Luminita in questo reciproco percorso di crescita esistenziale, i fratelli De Serio mostrano le fedeli rappresentazioni di due momenti storici differenti, due simboli dell’immigrazione – l’una interna e l’altra estera – che ha contraddistinto l’Italia degli ultimi cinquant’anni.

Territorio conosciuto e mostrato nella sua crudezza e nella sua degradazione, la periferia torinese diventa personaggio del film, con una sua precisa e compiuta caratterizzazione. Infatti, riducendo volutamente la profondità di campo, è inquadrata principalmente in modo sfocato ed è contraddistinta da numerosi rumori urbani, che diventano la perfetta colonna sonora della pellicola. Pochissimi dialoghi si immergono in una città evocata, nella quale palazzoni,spazzature agli angoli della strada e baraccopoli sono gli elementi che si possono riconoscere lucidamente. Girato esclusivamente con un largo utilizzo di luce naturale, Sette opere di misericordia si compone di immagini chiaro-scure a tratti disturbanti, ma estremamente significative, di uno stile fatto di primi piani frontali e simmetrici e di grandangoli essenziali, che richiamano l’iconografia della storia dell’arte. Altro aspetto rilevante è la fotografia di Piero Basso, in cui si respira profondamente il freddo di una città industriale come Torino. Grande merito per la riuscita del film va riconosciuto a Roberto Herlitzka, che arricchisce la pellicola con una grande interpretazione, fatta esclusivamente di gesti e di sguardi malinconici, e a Olimpia Melinte, giovane clandestina che non sopporta più la sua condizione di disadattata sociale.

Sette opere di misericordia si lascia ammirare, rapisce lo spettatore grazie all’approccio autoriale che i fratelli De Serio imprimono alla pellicola. Lo stile registico è ricercato e rifugge fermamente la convenzionalità, che, normalmente, si compone di un linguaggio cinematografico piatto, che si sorregge esclusivamente sull’apporto fondamentale della sceneggiatura. Difatti i temi che i De Serio affrontano (problema dell’identità, crisi e disagio sociale) sono celati dietro un compiuto apparato stilistico, che reclama la scena tutta per sé e la ottiene; un’esigenza che non permette allo spettatore una facile comprensione.

Dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti. Sette stazioni che percorrono il film, che lo scandiscono in modo regolare. Non ricercando un necessario lieto fine, Sette opere di misericordia percorre un binario che modifica le intenzioni, che esplora l’animo umano e che simbolicamente passa dal nero dei titoli di testa al bianco di quelli di coda. Un cambiamento che si fa cromatico, ma soprattutto morale.

Uscita al cinema: 20 gennaio 2012

Voto: ***1/2

Leggi la recensione anche su Persinsala

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