A Dangerous Method di David Cronenberg: la recensione

Seduti sul lettino di Cronenberg

Primi del Novecento, in sottofondo Wagner. Cronenberg realizza un triangolo i cui vertici si avvicinano e si allontanano. Affronta il campo minato della mente utilizzando come veicolo indagatore Sabine Spielrein, inizialmente paziente di Jung e successivamente psicologa di fama mondiale.

Il regista segue due percorsi narrativi differenti ma paralleli, che si intrecciano e si accavallano: la passione viscerale e sadomasochista dettata dall’istinto tra la protagonista femminile e il suo psicologo e il rapporto lavorativo e amichevole tra i due padri della psicoanalisi. Cronenberg cerca un meccanismo perfetto in cui far convivere teorie e sesso, una pellicola che discute le ferme convinzioni di Freud e che si avvicina pericolosamente a un evidente favoreggiamento nei confronti di Jung. Eppure il triangolo gli sfugge tra le mani e si ritrova a rappresentare una pellicola colloquiale e discorsiva, che abbraccia nove anni della vita dei tre protagonisti.

Freud (interpretato da un, a tratti arrogante, Mortensen) esce dal confronto con le ossa rotte, spesso ridicolizzato e trattato come un compulsivo ossessivo del sesso, Jung (un convincente Fassbender) è schiacciato da un opprimente peso, un errore che si trascinerà per l’intera durata della pellicola e infine Spielrein (una Keira Knightley forzata e a tratti insostenibile) è un personaggio palesemente folle e disturbato.

Cronenberg mette in dubbio l’autorità di Freud, analizza soprattutto il rapporto padre/figlio (maestro/discepolo) e ne esplora le fragilità. L’interesse del regista è quello di indagare, principalmente, nelle menti culturalmente eccelse dei due psicologi, mettendone a nudo le pulsioni primordiali, cercando di scoprire le cause del disagio che ha fatto sprofondare i rapporti epistolari e di amicizia. Al centro di tutto questo si pone una donna, (esperienza massacrante per Jung e interesse scientifico per Freud), personaggio compiuto e definito, ma simbolicamente la causa di tutti i fatti narrati nella pellicola, che nasconde sottotraccia urla indistinte e smorfie animalesche, sintomo di una malattia che non scomparirà mai.

Cronenberg realizza un gioco a tre, pone i due padri della psicanalisi su due piani alternati dal punto di vista stilistico (Freud, inizialmente in posizione di favore, cade a terra come colpito a morte dalle parole di Jung verso la conclusione del film, simbolo di una resa incondizionata), facendo prevalere una fotografia interna, senza disdegnare esterni densi di luminosità.

A Dangerous Method (2011) vede Cronenberg affrontare nuovamente la psiche e il problema mentale come in Spider (2002) e, se dal punto di vista narrativo e storico è estremamente rigoroso e preciso, si dimentica dell’aspetto drammatico, un sottile filo che si intravede in un paio di sequenze. Difatti a nulla servono campi/controcampi sempre più ravvicinati, volutamente rallentati e in grado di enfatizzare situazioni e parole pronunciate. A Dangerous Method lascia perplessi e la sensazione è quella di aver guardato un incompiuto e incompleto manuale di psicoanalisi, nel quale le pagine mancanti risultano numerose.

Uscita al cinema: 30 settembre 2011

Voto: **1/2

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