This Must Be the Place di Paolo Sorrentino: la recensione

Riscoprire se stessi a bordo di un pick-up

Sorrentino sbarca negli States e trova Sean Penn. Gli cuce addosso il ruolo e lo investe smanioso con la sua macchina da presa.

Cheyenne è una rockstar in declino: non suona da vent’anni, non viaggia da trenta, sopravvive grazie ai soldi che ha accumulato nella sua carriera e si trucca tutte le mattine come se dovesse salire su un palco. La sua annoiata vita viene scossa dalla morte del padre, ebreo e vittima dell’Olocausto, che ha passato l’intera esistenza a cercare il suo carnefice. Cheyenne porterà a termine l’ossessiva ricerca che il genitore aveva iniziato.

Il lungo piano-sequenza, che immortala la prestazione su di un palco di David Byrne (curatore di una colonna sonora che si accompagna perfettamente alla fotografia luccicante di Luca Bigazzi) intento a cantare la canzone del titolo (assioma portante della pellicola), apre il percorso di crescita di Cheyenne. “Questo deve essere il luogo”, il luogo in cui crescere, nel quale lasciarsi alle spalle un enorme fardello (un simbolico trolley) di problemi irrisolti, primo fra tutti il rapporto con il padre, da cui eredita inconsciamente la ricerca del nazista. Insomma un posto che diviene un punto di partenza.

This Must Be the Place dopotutto racconta la storia di un uomo: eternamente bambino, grottesco e surreale. Un essere che si aggrappa con forza ai gloriosi anni Ottanta, “indossando” una maschera riconoscibile al mondo, negando però al mondo stesso di esistere. Una vicenda intimista che Sorrentino ostenta con estrema lucidità, ponendo al centro degli eventi, ed esaminandolo con cura, un personaggio che non cela nulla di oscuro, ma che ricerca se stesso, nascosto all’interno del proprio io.

Il regista disegna un universo “on the road” cosparso di istantanee estranee, che si affannano sullo sfondo, delle macchiette funzionali alla crescita emozionale del protagonista. La sua macchina da presa non si stacca mai dal volto espressivo e annoiato di un Sean Penn in stato di grazia, non si allontana mai dalla risatina ridicola che contraddistingue Cheyenne (e se lo fa ci ritorna immediatamente con repentine carrellate in avanti o con zoom soffocanti) e neppure da quello sguardo stupito e meravigliato, che si accende davanti alle cose più innocenti. Un “one man show” nel quale Sean Penn è sublime, è emozionante ed è divertente, ma il resto del cast non si limita a guardare e applaudire. Difatti degna di nota è l’interpretazione di Frances McDormand, ciliegina sulla torta di This Must Be the Place, elemento equilibrante e mascolino della coppia.

La pellicola di Sorrentino va a “passo” di trolley, convince e, spostandosi in New Mexico (non in India). si fa osservatrice (scrupolosa) dell’intima riscoperta di un uomo.

Uscita al cinema: 14 ottobre 2011

Voto: ****

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