La pelle che abito di Pedro Almodovar: la recensione

Identità cercasi

Ultima opera cinematografica di Almodovar, La pelle che abito (La piel que abito, 2011) è difficile da commentare senza evitare anticipazioni. La suspense e l’effetto sorpresa sono gli elementi cardine di questa pellicola, in cui a ogni lembo di pelle si accosta, in modo chirurgico, una sequenza.

Robert è uno stimato chirurgo plastico di fama mondiale e sta mettendo a punto una nuova tipologia di pelle, più resistente di quella umana perché ricombinata con l’epidermide suina. Per portare a termine questa sua invenzione utilizza una “cavia” su cui costruisce, pezzo per pezzo, una cute resistente alle bruciature. La “cavia” si chiama Vera.

Almodovar delinea un personaggio disturbante, un dott. Frankenstein moderno, affetto da un delirio di onnipotenza e di follia. La tensione sessuale che si instaura con la sua paziente è veicolata da primi piani congelati, da telecamere nascoste, da vouyerismi istintivi, che portano a un’ossessione per la perfezione fisica, che pervade la pellicola.

La piel que abito è un melodramma atipico e asettico, composto e delirante allo stesso modo, in cui Almodovar inserisce un pizzico di kitsch (la figura di El Tigre, travestito, pazzo e sopra le righe ne è la prova) e una tensione passionale instabilmente macabra. Il tutto è corroborato da una colonna sonora greve, che cozza in modo inevitabile con la vicenda, da una scenografia colma di corpi imperfetti (campeggiano nella “prigione” quadri di donne formose, alcune senza volto), che si confrontano con la ricercata perfezione chirurgica, e da una sceneggiatura veicolata da dialoghi semplici e simboli di rottura emozionale.

Almodovar si avvale di un’ottima interpretazione di Banderas (simbolo di una modernità che ci spaventa) e si priva della sua musa Penelope Cruz, abilmente sostituita da una convincente Elena Anaya, corpo modellato e sventrato dagli occhi e dal bisturi perfezionista del regista. Infatti la pellicola si compone di cicatrici (che si rimarginano sul corpo ma non nella mente) di traumi, di sogni e di flashback, veicoli di ricordi lucidi e agghiaccianti. La macchina da presa del regista spagnolo indugia sulla corporatura, sulle forme sinuose della protagonista e sui primi piani dei due interpreti, che celano un’attrazione fisica e passionale che oltrepassa ogni convenzione morale e sociale.

Almodovar cambia pelle, perde quella dimensione corporea riconoscibile (centrale è la difficoltà di riconoscere se stessi, se non attraverso lo yoga), per tuffarsi in un thriller mascherato da melodramma, che non indugia sulle emozioni, ma si sofferma all’indagine superficiale (o per meglio dire “corporale”) di una figura privata della propria identità.

Uscita al cinema: 23 settembre 2011

Voto: ***1/2

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Un pensiero su “La pelle che abito di Pedro Almodovar: la recensione

  1. Ho visto la pellicola qualche giorno addietro. Sono partito con poche aspettative ma devo dire che mi sono ricreduto. Un film ben fatto che si discosta dal filone tipico di Almodovar che che si dica. Il finale lascia l’amaro in bocca.

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