Blood Story di Matt Reeves: la recensione

Remake di qualità

Matt Reeves, regista di Cloverfield (2008), intraprende la via del remake e ne trae un’opera che si avvicina all’originale.

Owen è un ragazzino infelice, ha alle spalle una famiglia instabile ed è una persona solitaria. Preso di mira dai suoi compagni di scuola, si avvicina a Abby, una coetanea che si è da poco trasferita nella casa a fianco alla sua. Nel proseguo delle settimane accadono avvenimenti strani, che vedono come protagonista principale sempre Abby.

La pellicola svedese Lasciami entrare (Lat den ratte komma in, 2008) aveva stupito positivamente il pubblico europeo e il remake di Reeves è una rivisitazione fedele (la maggior parte delle sequenze sono girate in modo pressoché identico) e un lavoro di ricontestualizzazione totale della tragica vicenda.

Il confronto con la pellicola originale è d’obbligo e Blood Story (Let me In, 2010) di Reeves regge decisamente il confronto. La strategia di mercato della produzione statunitense impone un avvicinamento a un panorama horror americano, facilmente riconoscibile e di sicuro effetto di fidelizzazione. Infatti il regista rende tutto molto più oscuro, prediligendo una fotografia spettrale e soffusa (il riverbero accecante della neve scompare del tutto), ribalta le fisionomie dei protagonisti, scegliendo come essere dannato per l’eternità un angelo biondo, e utilizza svariati espedienti (la luce come nemica dei signori delle tenebre e causa di fiamme dolorose) per permettere a un pubblico più ampio di ritrovarsi a proprio agio.

Il periodo storico rimane invariato (metà anni ottanta),  ma mentre Alfredson rendeva la Svezia un paese ovattato e schiacciato dal peso della vicina Unione Sovietica, Reeves inserisce la dolce e pericolosa amicizia adolescenziale nell’era Reagan, dominata da un sentimento di malcontento generale, che rende la storia ancora più surreale. Inoltre il film si concentra in modo univoco sui due ragazzini (che forniscono, soprattutto Chloe Moretz, delle convincenti interpretazioni emozionali e coinvolgenti) e sul loro rapporto (profondamente ambiguo ma fatto di gesti, carezze e complicità), tralasciando sullo sfondo (anzi dedicando loro pochissimo spazio) i comprimari, figure inespresse e “carne da macello”.

La tensione percepita per l’intera durata del film si respira in ogni sequenza (gran parte del merito va ad Alfredson) e le riprese verticali, i primi piani spiritati e le carrellate vertiginose rendono Blood Story un horror che permette di mantenere i sensi sempre all’erta, ma che racconta parallelamente una salda amicizia, che oltrepassa le barriere agghiaccianti che il regista statunitense gli costruisce intorno.

Reeves lascia a casa la camera a mano (qui non deve rincorrere nessuno) e si reinventa, totalmente, con una macchina da presa fissa e una vicenda che ha ben poco di traballante.

Uscita al cinema: 30 settembre 2011

Voto: ***

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